L’infanzia e la giovinezza

Giuseppe Maria da Palermo, al secolo Vincenzo Diliberto, nacque a Palermo il 1° febbraio 1864 da una famiglia benestante. Il padre Nicolo Diliberto era ispettore del genio civile, la madre Rosa era casalinga. Durante la sua infanzia si rivelò estremamente discolo ed inquieto, tanto da essere considerato incorreggibile. Gli piaceva giocare sulle scale, sulle terrazze e sui tetti, ma fu sempre estremamente generoso leale e sincero.

Nell’aprile del 1875 si spense la madre dell’allora undicenne Vincenzo; lei era l’unica che riusciva a comprenderlo. Dopo la sua scomparsa il ragazzo sembrò divenuto senza freno. I suoi giochi diventavano sempre più pericolosi; un giorno prese una scala a pioli, l’osservò attentamente e pensò come potersene servire. Pensa di trasportarla sulla terrazza e la poggia al muro ed invece di salirvi regolarmente dalla parte anteriore, vi si arrampica dalla posteriore, ma essendo il pavimento di mattoni lisci, quando fu arrivato in cima, la scala scivolò, ed egli sbatte sul suolo, rimanendo ferito. A questa dolorosa scena aveva assistito la sorella Concettina, la quale raccontò tutto al padre, e Vincenzo adirato gli disse: “non dubitare, morrai inforcata!”. E di questi avvenimenti ne accadevano giornalmente. Il padre lo castigava ma egli non cambiava.

Gradatamente Vincenzino dai giochi della fanciullezza passò a quelli della gioventù, spesso dannosi anche allo spirito. In famiglia dimorava il meno possibile, gridava e si infuriava per un nonnulla, ingiuriava le sorelle, attaccava brighe con i fratelli ed era facile a mancar di rispetto alla matrigna. Fuori casa la situazione era anche peggiore. Nessuno dei compagni doveva imporsi a lui, egli doveva manifestare la sua superiorità su tutti. Era facile a venire alle mani. Nel 1877 a causa del suo comportamento e la sua mancanza di volontà nello studio fu cacciato dall’istituto Randazzo, aveva solo 13 anni. Un fatto del genere oggi sarebbe irrilevante ma per quel tempo poteva compromettere tutta la carriera scolastica e la vita. Ma questo non avvenne grazie all’influenza della sua famiglia, infatti fu riammesso fra gli alunni, non senza però essere punito. Vincenzo accettava i castighi senza ribellarsi e continuava sulla stessa strada. Nel gennaio del 1878 fu cacciato dall’istituto per la seconda volta, il Padre allora lo chiuse nel convitto San Rocco, affidandolo alla severità di don Colavincenzo, il quale lo accolse freddamente, condizionando così tutti gli altri che si accorsero di lui soltanto perché a scuola si dovette portare un banco in più e perché in refettorio fu aumentato un piatto. Nessuno gli rivolse un saluto, un sorriso, un “benvenuto” di benevolenza o simpatia. Ma egli, affronto la situazione a testa alta, anche se un giorno, umiliato e avvilito per la freddezza che aveva intorno e anche a casa dov’era entrata la matrigna, cercò sollievo in una amicizia che gli desse forza di sperare. Ma non ne trovò. Il compagno su cui sperava di più lo respinse con cattiveria, ridendosi della sua benevolenza e del suo affetto. Vincenzo non fece capire nulla, ma di nascosto pianse.