La conversione

Dio attendeva quel pianto che lui stesso pensò ad asciugare, incaricandosi di trovare per il ragazzo un vero amico e in circostanze un po’ drammatiche. Un convittore Antonio Piraino disegnò un bel volto di Cristo che fu esposto in pubblico. Qualche giorno dopo, però, il disegno fu trovato sfregiato dalla lama di un coltello. I sospetti caddero sui più scapestrati, fra cui Vincenzo; anzi esclusivamente su di lui, perché fu l’unico a non recarsi a vedere il disegno sfregiato. Ufficialmente non gli fu rimproverato nulla…ma un giorno uno dei ragazzi lo accusò apertamente del sacrilegio e lui non ci pensò due volte a dargli un pugno che fece traballare l’accusatore e azzittire gli altri. Ma quel pugno fece più male a chi l’aveva dato che a chi l’aveva ricevuto. Il Diliberto chiese perdono all’accusatore, e la sera stessa scrisse una lettera al Piraino autore del quadro, con il quale successivamente stringerà una profonda amicizia, che aiuterà Vincenzo non solo a uscire dall’isolamento, ma anche a riavvicinarlo a Dio. Dopo questo incontro non gli pesarono più le ore passate in chiesa, anzi incominciò ad interessarsi e ad appassionarsi della parola di Dio che lo apriva ad orizzonti nuovi e rispondeva a tanti perché che riempivano la sua anima fanciulla, lontana ma non contraria a Dio. Ne parla lui stesso in una lettera al padre, piena di gratitudine a Dio che gli ha “illuminato la mente”, facendogli “comprendere che solo nella religione può trovarsi conforto e diletto, e non nelle stolte passioni o nelle vanità del mondo.

Si abbandonò quasi da subito a duri esercizi di penitenza, cominciando a rinunciare al cibo e al sonno, ma soprattutto al sonno, passando la notte in preghiera. Quando gli fu impedito perché poteva nuocergli alla salute e perché lo faceva apparire singolare agli altri, ubbidì; ma quando tutti dormivano, infilava sotto le coperte gli sportelli di un armadio, e si coricava sopra, come su una croce. A chi gli raccomandava moderazione rispondeva: “il mio confessore sa che, senza penitenza, non potrò andare in paradiso”. Qualcuno gli ricordò che non doveva esagerare, che lo studio era il suo dovere principale: studere est orare (studiare e pregare). Lui rispondeva: “ Studiando matematica, mi hanno insegnato che, invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia, quindi se studiare è come pregare, pregare è come studiare, quindi non mi stanco mai di pregare”. Questo nuovo stile di vita, ritirato, pio, penitente, gli meritò un titolo che si rivelò una predizione: lo soprannominarono “il cappuccino”.