Seminarista


Scoperto il valore della carità, sentì riaccendersi nell’animo il desiderio di allargarne gli orizzonti avviandosi al sacerdozio. “Una delle cose che mi ha fatto confermare questo sentimento – scrisse al confessore – è il vedere in quale miserabile stato si trova la Chiesa in questi tempi; il vedere come Dio viene bestemmiato; il vedere come la religione e i ministri di Dio sono perseguitati e derisi; il vedere, infine, il gran bisogno che la chiesa ha di sacerdoti”.
Quando finalmente otterrà il permesso di entrare in seminario, il mondo avrà per lui una nuova fisionomia, crederà di aver ottenuto la grazia più bella e più importante della vita. Vincenzo, continua lo stile intrapreso di una vita mortificata e spiccatamente penitente, e da i segni sorprendenti di una particolare pietà eucaristica. Coglie tutte le occasioni per stare dinanzi al Tabernacolo che custodisce Gesù vivo e vero, per trattenersi a lungo e solo in chiesa. Passava molto tempo nel gabinetto di fisica da cui poteva vedere il tabernacolo, attraverso una finestrina chiusa da moltissimi anni, che dava in chiesa e di cui nessuno conosceva l’esistenza. In seminario l’ammirazione di tutti per Vincenzo era grande. Al termine dell’anno scolastico 1884 chiese di poter passare l’estate nel convento dei francescani di Baida. La solitudine lo aiutò a riflettere, il convento favorì la sua ricerca di qualcosa di più vero, che resistesse per sempre, cominciando a liberarlo da se stesso , per non essere posseduto da niente e da nessuno. Tornato da Baida, un giorno, entrando nello studio del suo direttore spirituale, trovò un giovane cappuccino, uscito qualche giorno prima dal noviziato; “Aveva l’aria di un serafino”. Vincenzo vedendolo ne rimase incantato, trovò la risposta ai suoi dubbi, e decise di farsi cappuccino. Né parlò al confessore e scrisse immediatamente al padre che si trovava a Roma per lavoro, ma ci vollero ben sette lettere e la minaccia di fuggire da casa per ottenere il permesso desiderato.
Mentre aspetta di entrare in noviziato, intensifica la preghiera e vuol fare partecipi gli altri della gioia che inonda il suo cuore. Prega, fa pregare, istruisce i bambini, visita gli ammalati, aiuta i poveri, aiuta premurosamente un cieco, dicendo a tutti di rallegrarsi con lui perché va dove Dio lo chiama. Ma ha la sensazione che a questa chiamata ne seguirà un’altra, quella definitiva, infatti, un giorno visitando un’inferma gli dice: “ Tu muori di malattia, io vorrei morire per amor di Dio”; la saluta dicendo: “ Addio per l’ultima volta quaggiù; ci rivedremo lassù”, precisando: Non lo dico per te, sai, ma per me: io non arriverò al sacerdozio perché non ne sono degno”.