Novizio

Il 28 gennaio 1885 col permesso del padre, Vincenzo lascia Palermo accompagnato dal fratello Silvestro, e si reca a Sortino, sede del noviziato dei cappuccini. A Sortino li accolse P. Eugenio Scamporlino, figura eccezionale di frate, che nei torbidi anni della rivoluzione del 1860 aveva sfidato la persecuzione e il carcere. Di aspetto maestoso e apparentemente duro, aveva un cuore d’oro e godeva di una stima altissima nella Sicilia orientale, specialmente per la predicazione degli esercizi spirituali. Quando vide Vincenzo gli domandò qual’era il motivo che lo aveva spinto a farsi frate, e lui rispose “per salvarmi l’anima”. Padre Eugenio, ebbe da subito la netta sensazione, di avere dinnanzi un giovane eccezionale, disposto all’eroismo, forte e deciso, fino alla morte. Il 13 febbraio 1885 in una lettera al padre scrive: “Il convento è posto in un luogo elevato e dalle finestre delle celle si vedono le campagne vicine e anche Siracusa. C’è un bell’orto, dove ordinariamente facciamo le nostre ricreazioni. Io ci sto contentissimo, faccio con piacere gli atti di pietà insieme con gli altri miei compagni, e mangio volentieri ciò che viene dato alla comunità. Però ancora non ho indossato l’abito religioso, perché s’aspetta il decreto del generale”. Al Canonico Pennino, suo ex confessore scriveva: “In questo convento regna tutta quell’angelica povertà che fu diletta sposa del serafico d’Assisi. Può quindi immaginare come io ci stia contentissimo, poiché mi trovo nel mio centro, nulla restandomi a desiderare”.

Il 14 febbraio 1885 fu il giorno della vestizione, è prese il nome di Fra Giuseppe Maria da Palermo: “In quel momento provai una gioia più grande di quanto ne provano gli uomini quando indossano i loro abiti più eleganti, giacchè vedendo il mio corpo rivestito di una povera tunica, vesto l’anima di un abito elegantissimo qual si è appunto quello della virtù delle povertà. Fra Giuseppe vive ora la sua vita religiosa da protagonista eccellente. Padre Eugenio e Padre Innocenzo, suoi educatori testimoniarono: “Prese tutto molto sul serio, sceglieva gli incarichi più umili, mortificava gli occhi riducendo all’essenziale il suo campo visivo, pane poco o niente, ubbidiente non solo ai comandi, ma anche ai consigli. Un teste afferma aver visto mettere cenere nei pasti. Portava il cilicio sulla nuda carne provocandone il sanguinamento. Quando era in stanza stava in ginocchio, la notte spesso non usava il letto. Durante le afose giornate estive di proposito non beveva acqua a mensa, mentre era consentito anche il vino purchè temperato. Preferiva un solo abito, mentre ne erano concessi due; un solo paio di sandali tutt’ora conservati a Sortino tra le reliquie di cui fanno parte la “disciplina” (arnese di ferro per affliggere il corpo) e il fazzoletto. Decise di rimanere fratello laico (per umiltà), ma P. Eugenio lo dissuase dall’idea. Fra Giuseppe Maria era la meraviglia della fraternità, l’esempio per tutti.