La malattia e la morte

Nel novembre del 1885 il novizio avverte i primi sintomi del male che lo porterà alla tomba; tosse, febbre, dolori acutissimi all’altezza del cuore. E’ l’atteso appuntamento: finalmente il corpo gli darà quello che aveva voluto, una sofferenza senza interruzione che trova limite solo nella morte, per unirsi così alla passione di Cristo. Vorrebbe nascondere tutto, ma curato con intelligenza e premura, si riprende presto e partecipa nuovamente alla vita della comunità. Ma la guarigione è solo apparente, la malattia incombe e si aggrava. Durante la notte del 31 dicembre il male si aggravò, e senza che egli perdesse conoscenza, tanto che stringeva devotamente al petto il Crocifisso, oltre alle immagini della Madonna, di San Giuseppe e San Francesco. Verso la mezzanotte Padre Eugenio gli portò il viatico, e gli si stringeva il cuore nel vederlo avviarsi rapidamente alla morte, gli fece emettere rapidamente la professione e gli amministrò l’estrema unzione. Fra Giuseppe capì che stava per morire, ma non si turbò affatto, guardava tranquillo e sereno sorella morte che verso di lui avanzava e che egli attendeva “contento”.

Il sorgere del nuovo giorno, il primo dell’anno 1886, appare faticoso…torpido…quasi svogliato… La minuscola campana del convento dal timbro inconfondibile, con suono a martello, annunzia ai sortitesi assonnati un avvenimento luttuoso: la notte, ore 12:30, è spirato serenamente un giovane frate cappuccino. Appresa la notizia della morte il popolo sortinese si riversa in convento a folti gruppi di uomini e donne. Tutti dicevano: “E’ morto un santo”. Solleciti si recano alla chiesetta per vedere le ultime spoglie mortali di Fra Giuseppe Maria. C’è chi gli bacia le mani chi i piedi, chi ritaglia di nascosto pezzettini di abito…la calca è incontenibile. Per tre giorni il corpo rimase scoperto in chiesa, nessuno avverte segni di decomposizione o di cattivi odori anzi si levava dal un forte profumo di zagara. Il volto di fra Giuseppe era ritornato roseo e lucido.

Il trasporto al cimitero avvenne la domenica, giorno 3 gennaio, accompagnato da tutto il clero e dal popolo. Al ritorno in convento i frati incontrarono il fratello di Fra Giuseppe, Silvestro, che fu condotto al cimitero da P. Eugenio, per vedere il corpo esanime del fratello. Sulla via del ritorno P. Eugenio ha un’idea che vuole verificare, mettere alla prova l’ubbidienza di Fra Giuseppe dopo la morte. Nel pomeriggio del 3 gennaio, domenica, alle ore 16, P. Eugenio si reca nuovamente al cimitero seguito dal custode Fra Francesco da Sortino, e dal barbiere Francesco Blancato il quale porta l’occorrente per il salasso. Entrati nella sala mortuaria, con voce solenne e autorevole P. Eugenio esclama: “Fra Giuseppe Maria, voi foste sempre obbediente in vita, siatelo ancora . Così dicendo, presogli il braccio destro e rimboccatane la manica, vi lega un fazzoletto vicino al gomito, ordinando al barbiere di dare un colpo di lancetta. Ed ecco con ammirazione di tutti uscirne un lungo zampillo di sangue color rosso naturale, che descrivendo un ampia curva scorreva sul pavimento. Non avendo altro che il fazzoletto, P. Eugenio lo inzuppò slegandolo dal braccio, che rimesso a posto cessò di sanguinare. L’evento, collocato a 64 ore dalla morte, rimane fuori da ogni attendibile previsione. Altro fenomeno sorprendente è la straordinaria flessibilità degli arti almeno sino a dopo otto giorni dalla morte e testimoniata da molti presenti, inoltre il corpo diffondeva una soave fragranza di “zagara”. Da quel momento i fedeli non cessarono di invocarlo, ottenendo grazie numerose.