ALLA SCOPERTA DI FRA GIUSEPPE N.11

Bruciante amore per Dio: la vita di Penitenza

Quale fosse il “programma di vita” che Vincenzo abbracciò con fervore, già negli anni del seminario, ci viene rivelato dal  biografo Torregrossa:

Un giorno a passeggio gli chiesi: Diliberto ma come si fa ad amare il Signore con tutto il cuore? Mi disse: “Bisogna meditare assai sull’amore che Gesù ha portato a noi. Comincia da domani a meditare la passione di Nostro Signore, e poi su l’amore che ci ha mostrato lasciando se stesso per noi nell’Eucaristia: e cosi di seguito;  e in breve tempo ti ritroverai avanti  nella via della carità del Signore” […] e concludeva così ogni suo pensiero “e come, dunque, pensando a questo non si può amare Gesù?” Ho sempre pensato che fu questo il programma della sua vita[1].

Un altro episodio in cui Vincenzo manifesta il suo amore incontenibile per il Signore, lo riporta sempre il compagno di seminario Torregrossa:

Una sera […] si fermò a lungo davanti a una finestra contemplando il nostro bel cielo stellato; poi mi chiamò, e volle che nel silenzio della notte ammirassi anch’io l’opera del Signore. Mi fece allora una vera lezione di fisica celeste, ed aiutato da una carta astronomica mi indicò l’orsa maggiore e la stella polare, mi fece osservare le distanze delle stelle e l’ ordine delle costellazioni, […] poi ristette un poco, e guardatomi in faccia con gli occhi velati di lagrime: “Vedi – mi disse – come in natura tutto è ordine ed armonia meravigliosa! E’ l’opera di Dio!”. E non lasciò più l’argomento per più di un’ora, discorrendo di Dio e del suo amore per noi, per conchiudere, come faceva sempre, esortandomi ad amare Dio con il cuore e con la vita[2].

L’ardente  amore verso Dio spingeva Vincenzo a praticare una intensa vita di penitenza, cosi come riporta  il Rettore  Canonico Ferrigno:

certi sacrifici, certe astinenze, […] erano anche uno sfogo d’amore, un bisogno in lui di conformarsi a Gesù Crocifisso, una specie di leva al suo cuore, per innalzarsi più lievemente e facilmente a Dio[3].

Il Confessore Canonico Pennino, cercava nella sua direzione spirituale di contenere il giovane nella sua sete insaziabile di far penitenza:

quanti mezzi, quante industrie immaginava per mortificare […] il suo corpo; astinenze di cibi, […] privazioni di sonno, legami alle gambe, ai fianchi, posture di corpo disagiate, e cento altri ritrovati[4].

Tuttavia il Diliberto era sempre obbediente alle indicazioni che, a tal riguardo, venivano fornite dal confessore, così come egli stesso annota nel suo diario:

Se non fosse per l’ubbidienza che devo al mio direttore spirituale farei maggiori mortificazioni di quante non  ne fo al presente[5].

E tutto questo egli faceva nel più grande nascondimento, così come numerose testimonianze ci riportano:

eravamo sicuri ch’egli facesse delle penitenze; ma nessuno di noi poteva dire di aver visto alcunchè determinato. L’ebbi per tanto tempo accanto a me in refettorio, e gli tenevo gli occhi addosso spiando ogni suo atto, e non mi accorsi mai che non mangiava la frutta o i dolci quando c’erano; lo seppi poi dopo la sua morte, che me ne fece testimonianza un servo cui egli donava tutto dopo avergli fatto promettere che non ne avrebbe parlato mai con nessuno[6].

Questo suo stile, come già in altre occasioni abbiamo ricordato, non gli impediva di essere sempre allegro e gioviale con tutti:

egli era di umore allegro , ed alle volte […] sapeva far chiasso insieme a noi.  Se mancava un maestro e noi in tre o in quattro si tornava in camerata per passarvi l’ora di vacanza, Diliberto sapeva tenerci allegri con delle trovate che metteva in atto con disinvoltura simpaticissima[7].

Spesso si ricordava dei suoi bei tempi, quando primeggiava nella palestra, e allora faceva il volteggio poggiando su due sedie, e lavorava aggrappato ai due battenti d’una porta come se fossero stati gli anelli, o prendeva a saltare meravigliosamente[8].

Un altro aspetto che certamente caratterizza la “vita di santità” del nostro Servo di Dio,  è il profondo amore che egli nutriva per il prossimo, per il quale si donava senza riserve, praticando in maniera mirabile la virtù della carità. Ma di questo tratteremo nel prossimo numero.

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[1] Torregrossa I. Vincenzo Diliberto (Fra Giuseppe Maria da Palermo), Palermo, Tipografia Pontificia 1921, pag. 8.
[2] Ivi, pagg. 17-18.
[3] Ferrigno G. – Cascavilla M. Vita di Vincenzo Diliberto novizio cappuccino. Palermo, Tipografia commerc. Sussurs. F.lli Vena, 1889, pag. 76.
[4] Ibidem.
[5] Ivi, pag. 79.
[6] Torregrossa I. Vincenzo Diliberto, pag. 19.
[7] Ivi, pag. 26.
[8] Ivi, pag.27.

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