ALLA SCOPERTA DI FRA GIUSEPPE N.12

Vincenzo e la virtù della carità: parole cortesi, tolleranza generosa, e premure delicate

Numerose e preziose testimonianze rivelano come Vincenzo vivesse l’amore per il prossimo negli anni del seminario.

Tra gli aspetti degni di nota, il primo è  l’apostolato che egli svolgeva nei confronti dei suoi compagni di seminario. A tal riguardo così si esprime il Rettore Canonico Ferrigno:

moltissimi nostri alunni venivan da me continuamente […] pregandomi […] che concedessi loro la grazia di farli conversare con lui per il bene che ognuno ne sperava per la propria anima. Ora veniva uno dicendomi: È già tempo che vado peggiorando nello spirito, io non mi riconosco più per quel di prima: mi vuol fare la carità di permettere che potessi parlare, […] col Padre Diliberto? (Lo chiamavano padre per sentimento di rispetto). Ora veniva un altro dicendomi: Ha ben ragione, io non so proprio contenermi, ed ecco che questa mattina in iscuola ne ho fatta una delle mie. Se mi vuol bene, mi deve permettere che potessi parlare a mio piacimento col P. Diliberto, che saprà mettermi giudizio. Ora veniva un altro, dicendomi: È inutile che lei mi rimproveri: perché mi ha tolto dalla camerata dove sta il P. Diliberto? Perché non mi mette di nuovo con lui? Egli sapea tenermi a freno, e lei mi ha levato dal suo fianco. […] Fu perciò che si diffuse nel Seminario la voce, che quando qualcuno avea bisogno di essere convertito (era questa la parola che adoperavano) bisognava far ricorso al P. Diliberto[1].

Su come Vincenzo operasse questo “santo” apostolato, ci viene riferito da uno dei suoi compagni di seminario:

fummo fortunati ammiratori di questo suo apostolato in mezzo a noi. Suoi compagni ed amici ne avevamo una prova continua nei consigli che ci dava, nelle esortazioni che prodigava con tatto squisito senza che avesse mai affettato superiorità alcuna, senza che avesse mai passato i limiti della più delicata prudenza. […] a poco a poco la sua azione benefica non fu più contenuta tra gli amici , tra quelli che gli stavano vicini, perché quando qualcuno, che pur non aveva familiarità con lui, sentiva il desiderio di emendarsi di un difetto o di riprendere la via giusta dalla quale s’era allontanato, domandava in grazia da’ superiori di essere affidato al Diliberto. […] Egli era tutto carità, voleva esser tutto per la carità. […]
Non ricordo che una volta sola l’abbia offeso questa bella virtù, o che l’abbia trascurato nei suoi rapporti con gli altri. Ebbe sempre parole cortesi, […] tolleranza generosa, e sapienti industrie e premure delicate. Egli era veramente un gran cuore, e un cuore preso dalla carità di Dio. Amava tutti perché amava tanto il Signore
[2].

Un altro aspetto che merita sicuramente di essere menzionato riguarda le opere di carità compiute da  Vincenzo negli anni del seminario.

A tal proposito ricordiamo come nei giorni festivi, in cui era permesso tornare in famiglia, egli era solito andare a visitare gli indigenti ricoverati presso il “Boccone del Povero”. Di questo ci da testimonianza P. Gambino (braccio destro del fondatore del Boccone del Povero, Beato Giacomo Cusmano) che in una lettera al Rettore Ferrigno così scrive:

Chiese… di poter venire anch’egli a servire questi Poverelli […] nei giorni in cui gli era permesso uscire dal seminario; ed un giorno prima della sua più prossima uscita dal seminario mi scrisse una lettera tenerissima, pregando di preparargli acqua calda, spugne e tovaglie per poter lavare i piedi a questi poverelli, immagine di Gesù Cristo in terra […] Quasi tutte le volte che usciva dal seminario io me lo vedevo comparire pieno di carità e gongolante di gioia, nello stabilimento del Boccone del Povero alla Quinta Casa, dove si accolgono circa trecento Poveri, e dove non manca alcuna di tutte le miserie umane; ed egli avrebbe voluto metter mano ad ogni cosa, se io per trattenermi con lui in discorsi spirituali e per farli sentire ad altri a cui bisognavano il di lui slancio e le di lui idee, non lo avessi destramente distolto[3].

Tra le opere di carità compiute da Vincenzo ricordiamo anche  le visite al chierico Benedetto Schimicci, un uomo cieco e ormai avanti negli anni, con cui Vincenzo si intratteneva per la lettura di testi spirituali, che così descrive uno di quei momenti:

venne portando con se un libro che incominciò a leggermi. Le impressioni che io ricevea tanto dalla lettura, quanto dal modo com’ egli la facea, […] il gusto spirituale che dava a ciò che leggea, i sentimenti […] di cui era animato, trasparivano dal tenore della voce. Si vedea eh’egli, mano mano che andava leggendo, andava rinfocandosi internamente: si sentia palpitargli il cuore, e non sapea frenarsi dall’esclamare continuamente: Oh! Come si può non amare, Dio?[4].

Anche nei confronti  dei suoi familiari, Vincenzo operava un vero e proprio “apostolato”, ma di questo tratteremo nel prossimo numero.

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[1] Ferrigno G. – Cascavilla M. Vita di Vincenzo Diliberto novizio cappuccino. Palermo, Tipografia commerc. Sussurs. F.lli Vena, 1889, pag. 122.
[2] Torregrossa I. Vincenzo Diliberto (Fra Giuseppe Maria da Palermo), Palermo, Tipografia Pontificia 1921, pagg. 23-25.
[3] Ivi, pag. 65.
[4] Ferrigno G. – Cascavilla M. Vita di Vincenzo Diliberto novizio cappuccino, pag. 145.

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