ALLA SCOPERTA DI FRA GIUSEPPE N 15

Il “villeggiante” di Baida: desiderio di solitudine e  discernimento vocazionale

Erano trascorsi tre anni da quando Vincenzo era entrato in seminario e in tutto questo tempo mai si era assopito in lui il desiderio di abbracciare un ordine religioso. Tuttavia, nel suo discernimento vocazionale, sapientemente assistito dal confessore, Canonico Pennino, Vincenzo, non aveva ancora identificato quale Ordine abbracciare. 

Mosso dal desiderio di condurre una esperienza di vita eremitica, dedita alla preghiera e allo studio della sua vocazione, il 17 Agosto 1884, scrisse al padre avanzando una richiesta:

Credo che si rammenterà   – gli dice – come l’anno passato le abbia chiesto di venire a Roma per riposarmi un po’ dalla fatica degli studi durante le vacanze e non fu concesso […] Quest’anno […] mi sia concesso di starmene due mesi in villeggiatura a Baida, in un convento di Francescani, che si trova disabitato in una bellissima campagna poco distante da Palermo, e così solleverò il mio spirito ed acquisterò nuove forze per continuare gli studi con maggior lena e vigore. […] Non creda però che questo progetto l’abbia fatto da solo, ma col consenso del confessore, il quale riconosce che questi due mesi di villeggiatura sarebbero pure molto proficui all’anima, perché stando in quel convento avrei maggiori mezzi per fare orazione e progredire nella virtù[1].

Ottenuto facilmente il permesso, il 31 Agosto del 1884, il giovane Diliberto si trasferì a Baida, dando inizio alla tanto desiderata vita di solitudine.

Uno dei pochi in grado di riferire circa quel periodo è l’amico e confidente Antonio Piraino, il quale così ricorda:

Quando chiese ed ottenne dal seminario il permesso di abitare una celletta del solitario convento di Baida, mi parve trasformato. E mi diceva: Quanto sono felice! Oh! Se io potessi restare […] amando e pregando Iddio, morrei contento! Non sai che gioie infinite prova l’animo mio al mattino, appena mi si ridesta col sole ogni cosa! Mi vengono le lagrime agli occhi […] da questa celletta, […] m’inebrio delle bellezze della natura che glorificano Iddio, e piango di riconoscenza[2].

Il Piraino continua ancora:

“Io non lo avevo mai visto intenerirsi così spesso, parlando di Dio; […] era divenuto così sensibile, così amorevole con tutti, e tale pace spirava dai suoi sguardi che chiunque lo avvicinava  ne era irresistibilmente attratto. Percorreva sotto il sole cocente d’estate in mezzo alla polvere soffocante, il faticoso cammino che va da Palermo a Baida, solo, a piedi; e quando io gli chiedea perché non usasse un carro una vettura, mi rispondeva sorridendo: Non vale la pena per tre quarti d’ora di strada” – e poi celiando: Un camminatore come me! […] Nel tempo che fu là, compiva il ventesimo anno di età, dovea quindi presentarsi per adempiere gli obblighi di leva, ed ei pregava il Signore perché non interrompesse la sua vita di devozione. Quando venne da me, dopo la visita, contento che gli avevano trovato un anello colonna vertebrale difettoso, mi diceva: Vedi, è la mano di Dio, proprio la mano di Dio che mi toglie a forza da ogni altra cosa: io non sento alcun male sopra di me, eppure il Signore mi aiuta. – Mi diceva inoltre: la vita del Sacerdote mi sembra che non abbia le aspirazioni che io cerco; voglio eleggermi uno stato di vita in cui viva tutto per Dio, voglio ritirarmi dal mondo, voglio farmi monaco“.[3]

Altre notizie relative a quel periodo ci vengono riportate dal  Canonico Pennino, suo confessore, che  così riferisce:

Mentre era tuttora a Baida andai a visitarlo con alcuni giovinetti miei cari. In quale stato di povertà trovai la cella da lui abitata, non è a dire. Ma io credo che lì dovette fare vita penitentissima; ma la gioia che dovea godere credo era assai grande. […] l’aria della solitudine, l’esercizio continuo dell’orazione lo aveano quasi del tutto trasformato[4].

Il 15 Ottobre Vincenzo lasciò Baida e trascorse l’ultima parte delle sue vacanze a casa di un cugino della madre. In questo periodo di frequente si intratteneva in lunghi dialoghi col confessore per esporgli “le sue interminabili difficoltà sulla scelta dell’Ordine da abbracciare”. Un giorno mentre parlavano insieme, nella biblioteca comunale, ecco entrare un giovane frate cappuccino, già penitente del Canonico Pennino, il quale aveva terminato da poco il noviziato nel convento dei frati cappuccini di Sortino.

Questo piccolo cappuccino – scrive il Canonico Pennino – aveva l’aria d’un serafino, e confesso che ne restai preso anch’io ed incantato; ma per il Diliberto quella vista fu una rivelazione. I suoi dubbi caddero in un istante e risolvette d’andarsi a rinchiudere in quello stesso noviziato dal quale era uscito quel giovane dalle angeliche sembianze[5].

Vincenzo non indugiò a scrivere al padre per ottenerne il permesso, dando vita ad un lungo braccio di ferro che si protrasse per mesi. Ma di questo tratteremo nel prossimo numero.

____________________
[1] Cultrera S. Da monello a Santo. Bari: Edizioni Paoline, 1959, pag. 92-93.
[2] Torregrossa I. Vincenzo Diliberto (Fra Giuseppe Maria da Palermo), Palermo, Tipografia Pontificia 1921, pagg. 69 – 70.
[3] Ivi, pagg. 70-71.
[4] Ivi, pagg. 71-72.
[5] Cultrera S. Da monello a Santo. pag. 98.

<<< Val al N. 14   Vai al N. 16 >>>

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail