ALLA SCOPERTA DI FRA GIUSEPPE N.16

Un lungo “braccio di ferro”: le sette lettere (Prima parte)

Compresa la sua vocazione  e ottenuto il consenso del direttore spirituale,  Vincenzo, il 30 ottobre del 1884 scrive una lettera al padre per ottenere il permesso di abbracciare la “vita cappuccina”. Così scrive:

O amato Padre. Lei ben si rammenta che io nella lettera in cui le manifestai la risoluzione fatta di dedicarmi al ministero ecclesiastico le scrissi altresì che io non solo voleva farmi sacerdote, ma […] religioso. Però io allora non entrai subito in una religione perché ancora non sapevo, fra le tante religioni che vi sono, quale fosse precisamente quella nella quale Dio mi chiamasse.

Ora però dietro maturo esame, e dietro aver pregato […] Iddio che mi manifestasse la sua santissima volontà intorno ad un affare sì importante, io ed il mio direttore spirituale ci siamo persuasi essere volontà di Dio ch’io entrassi nella religione dei Cappuccini.

Oh! Che le mille volte sia lodato e ringraziato il misericordioso Iddio che si è degnato manifestarmi in quale stato di vita vuole ch’io lo serva […] E ancor lei, o mio buon padre, ancor lei si degni sciogliere un cantico di lode e di ringraziamento verso un Dio si buono e sì amabile per la special cura che si è presa dell’anima mia, […] Il mio direttore spirituale deve scrivere una lettera ad un reverendo padre Cappuccino per pregarlo di ammettermi nel noviziato che vi è a Sortino, piccolo paese della provincia di Siracusa. Però egli non ha ancora scritto questa lettera, perchè desidera che lei prima le scriva una lettera, nella quale le manifesti il piacere che ha, ch’io mi faccia Religioso. Lei quindi mi farà il piacere di annettere alla risposta di questa lettera una seconda lettera, ch’io stesso darò al mio direttore spirituale.  Attendo ansiosamente una sua risposta, e chiedendole la santa benedizione mi dico: Il suo aff.mo figlio in Cristo Vincenzo”[1].

L’ing. Diliberto, ricevuta la lettera ed appreso il contenuto,  rimase alquanto turbato. Egli credeva che Vincenzo si fosse ormai adattato alla vita del seminario e non aspirasse ad altro che  divenire un buon sacerdote; riteneva, inoltre, quella dei Cappuccini una vita troppo austera ed insostenibile per la salute del figlio. Gli rispose, quindi, mostrando  la sua meraviglia dinanzi ad una tale richiesta e cercando di temporeggiare  lo esortava a rientrare in seminario per non interrompere gli studi e procrastinare tale scelta all’anno seguente.

Vincenzo non si diede per vinto e il 25 novembre adoperando un linguaggio più fermo, ma sempre rispettoso, scrive nuovamente al padre:

+”La sua, o caro padre mi ha molto conturbato, poichè mentre lei da una parte afferma di non volersi opporre alla mia volontà, dall’altra vi mette ostacoli. Dice di non convenire che entri ora in religione, perché dovrei fare un anno di noviziato e quindi sospendere gli studi per riprenderli dopo. Poi mi consiglia di ritornare in seminario, continuare a riflettere per parlarci l’anno venturo di presenza e prendere quella risoluzione che Dio vorrà. Ebbene io dico anticipatamente che la mia risoluzione sarà sempre la stessa, cioè di entrare nella religione dei Cappuccini. A che dunque aspettare un altro anno per fare ciò che benissimo si può fare ora? Spera forse che di qui ad un anno muti risoluzione per entrare in altro Ordine qualsiasi? Sarebbe vana speranza, perché la mia risoluzione sarà sempre la stessa. E per giunta le dico che se entrassi in seminario non vi potrei stare contento; perchè avrei sempre il pensiero rivolto alla religione dei Cappuccini.

Non capisco poi perchè la religione dei Cappuccini le faccia poco buona impressione. […] Forse le fa impressione quella vita povera e penitente che vi si mena? Ma non è stato forse Gesù Cristo il primo a dare l’esempio della povertà e della penitenza, vivendo poveramente e in mezzo a tanti patimenti e dolori? […] Perchè, o padre mio, mettere ostacoli alla mia vocazione? […] Deh! per pietà, padre mio per pietà, […] mi dia il sospirato consenso…[2].

La lettera convinse l’ing. Diliberto a concedere il tanto anelato consenso, rallegrando così il cuore di Vincenzo che, scrivendo nuovamente al genitore, lo ringrazia per il permesso ricevuto e gli esprime tutta la sua riconoscenza. Ma la gioia e l’entusiasmo ebbero vita breve, infatti, dopo appena un giorno, ecco giungere dal padre un’altra lettera con la quale ritirava il placet accordato in precedenza. Decisione dolorosa e inaspettata che determinò un  susseguirsi di  lettere e trattative, tra il giovane Diliberto e il padre, che avremo modo di approfondire nel prossimo numero.

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[1] Ferrigno G. – Cascavilla M. Vita di Vincenzo Diliberto novizio cappuccino. Palermo, Tipografia commerc. Sussurs. F.lli Vena, 1889, pagg. 161-162.
[2] Ivi, pagg 162-164.

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