ALLA SCOPERTA DI FRA GIUSEPPE – N.4

La prima grande amicizia: la vicenda del quadro sfregiato

Durante il secondo anno di permanenza nel Collegio S. Rocco, accadde un episodio alquanto singolare che diede inizio ad una nuova e più ricca fase della vita di Vincenzo.

Era il 1879 e gli alunni del corso di disegno dovevano esporre, in una mostra, alcune loro creazioni. Vi era un gran fermento e una sana competizione tra i ragazzi, i quali erano soliti, terminata la lezione, lasciare incustodite in aula le loro opere, ormai in fase di ultimazione. Accadde che un giorno il quadro di uno dei convittori, Antonio Piraino (quel giovane che aveva in precedenza rifiutato l’amicizia di Vincenzo), raffigurante un Cristo benedicente, venne trovato sfregiato da  due tagli a forma di croce, procurati da una lama metallica.  La notizia si sparse velocemente e gli allievi accorsero numerosi per vedere quanto accaduto, domandandosi, increduli e rammaricati, chi fosse stato l’autore di un simile gesto.

Tutti i sospetti caddero sui più scapestrati, ma in modo particolare su chi tra di loro primeggiava: il nostro Vincenzino. Ad alimentare i sospetti su di lui contribuì il fatto che egli non si recò, come i suoi compagni, a vedere il disegno sfregiato.

Da tutti additato come il colpevole, rimase come intontito da quelle accuse ingiuste, tanto da non riuscire a reagire, a difendersi. E quel suo silenzio aveva il sapore di una tacita ammissione di colpevolezza. Vincenzo che accettò ancora una volta con rassegnazione rimproveri e castighi, conosceva bene  chi realmente aveva sfregiato il quadro e quando questi, un giorno, provò a vantarsi in sua presenza del malsano gesto, in uno scatto di ira ricevette, da Vincenzo, un pugno ben assestato sul volto, tale da fargli sanguinare il naso.

Nel frattempo Vincenzino non riusciva a darsi pace per essere stato ingiustamente accusato e pensò bene di scrivere una lunga lettera ad Antonio Piraino.

Questo episodio fu l’occasione “provvideziale” che lo legò ad Antonio, il quale così racconta l’inizio di quella che sarà una grande e fraterna amicizia:

“«Quand’egli venne tra i collegiali di San Rocco io vi stavo già da tre anni. Non eravamo nella stessa camera e la sua venuta fu quindi per me come quella di tanti altri. Un anno dopo fu promosso al primo corso tecnico e avevo occasione di vederlo nella sala di disegno. Mai nell’animo mio era nata idea di stringere amicizia con lui, sempre taciturno [..] ed era tenuto in conto di cattivo»[1].

«Io sentivo […] per quel giovane lasciato in completo abbandono, compassione grandissima; mi astenevo dal rivolgergli la parola, ma non lo condannavo io, perché mai l’avevo condannato. Vennero le vacanze: molti si partiva per il proprio paese, ed a colmare i posti vuoti rimasti nelle camere, venivano sostituiti altri , e fra essi nella mia camera venne lui. Era vicino a me: quanta pietà m’ispirò questo giovane sempre seduto al posto, schivato dai compagni, non è a dirlo: l’avrei io per il primo abbracciato, ma che avrebbero detto gli altri? Tacqui. Una sera, durante le ore dello studio, mi si dà a mezzo, del cameriere una lettera, la leggo, era lo sfogo di quell’anima da tutti abbandonata, e quantunque non colpevole, mi chiedeva perdono»”[2].

Quella lettera fu conservata con cura dal Piraino e ci mostra tutto il travaglio interiore vissuto da Vincenzo, i suoi sentimenti e la bontà del suo cuore. Così scriveva:

«Caro Antonino,
guarda, prendo la penna senza sapere che scriverti, tanto son molti gli affetti che si scatenano nel mio cuore.
Tardi mi pento, ma di cuore, di non avere parlato con te in questi giorni che sono stato in questa camera, ma capisci bene che ne ho ben ragione, poichè tu hai detto a tutti i miei compagni che io tagliai il tuo Cristo, mentre ciò non è vero. […] Se tu puoi dire in coscienza di avermi visto, o di avere saputo da altri che io tagliai il tuo disegno, e allora son pronto a darti qualunque soddisfazione del male che ti ho fatto […] Ma se ciò non è vero, qual rimorso non ti resta al pensare di avermi fatto tanto soffrire, non per altro che per una tua supposizione? E poi per qual ragione doveva io tagliarti il disegno dove tu avevi tanto lavorato? Forse per odio? […] Per invidia? […] Oh! caro Antonino, distogliti da queste false opinioni, […] fa sì che il tuo cuore non si dimentichi di me, e vedrai che nemmeno il mio si dimenticherà di te. Conserva questa lettera come un mio sacro ricordo col più sincero affetto […] Il più puro dei tuoi amici. VINCENZO»[3].

«Tanta verità traspariva da quello scritto, – dice il Piraino – che non esitai un momento a credergli. E quando venne a me, terminato lo studio, e con le lacrime agli occhi mi chiese se avessi potuto accettarlo come amico, io non potei a meno di abbracciarlo, e quel dì segnò il principio della nostra amicizia che io mai ebbi l’uguale»[4].

Il sapersi amato, corrisposto da un amico lo spinse sulla via del cambiamento, una graduale e radicale metamorfosi, che illustreremo con cura nel prossimo numero.

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[1] Cultrera S. Da monello a Santo. Bari: Edizioni Paoline, 1959, pag. 26.
[2] Ferrigno G. – Cascavilla M. Vita di Vincenzo Diliberto novizio cappuccino, pag. 14.
[3] Cultrera S. Il servo di Dio Fra Giuseppe Maria da Palermo novizio cappuccino, collegiale, seminarista, religioso, morto a 22 anni in concetto di santo (1864 – 1866), Milano, Tipografia S. Lega Eucaristica, 1914, pag. 28-29.
[4] Ibidem

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