ALLA SCOPERTA DI FRA GIUSEPPE – N.5

La conversione

L’amicizia con Antonio Piraino lo sollevò moralmente, e lo spinse sulla via del cambiamento: Vincenzo passò dall’apatia all’entusiasmo.
Tuttavia, fino a quel momento, l’amicizia tra i due non si basava su fondamenta religiose, delle quali  il nostro Vincenzo nonostante l’educazione religiosa trasmessagli dal Padre, era fortemente carente. Lo stesso Piraino riferirà:

“Fino ad allora nel suo animo non si affacciava alcuna preoccupazione delle cose di Dio, ma aveva un fine puramente umano. I nostri discorsi in collegio sulle prime erano di materie scientifiche, essendo egli appassionato per la meccanica”[1].

Era nota la negligenza di Vincenzo nelle cose riguardanti la fede e della poca simpatia che egli nutrisse nei confronti dei sacerdoti. Tuttavia, non poteva esimersi, in virtù del regolamento, alle varie azioni liturgiche  che si celebravano nel collegio.
Così, come una goccia  a lungo andare perfora la roccia su cui cade, allo stesso modo la Parola di Dio faceva breccia nel cuore e nell’animo di Vincenzo, il quale incominciava a dimostrare sempre più interesse per tutto ciò che riguardava Dio e la religione.

Nel suo terzo anno di permanenza nel Collegio avvenne un fatto che segnò in maniera indelebile la vita del giovane. Era il mese di maggio del 1880, e poco più che sedicenne ebbe una difficoltà a domare il proprio corpo.
Egli stesso ne parlerà in una lettera indirizzata al padre:

“Il diciotto maggio 1880, commisi un peccato di lussuria per il quale fui assalito da un dolore di testa, da una mollezza e da una malinconia. […] In quei dolorosi momenti, cercai conforto, ma invano, poiché il rimorso della coscienza per la cattiva vita passata mi fece accrescere la malinconia […] Iddio vedendomi in quel misero stato, ed avendo compassione di me, illuminò la mia debole mente, e mi fece comprendere che solo nella religione può trovarsi conforto e diletto e non nelle stolte passioni, nelle vanità del mondo”[2].

Fu da quel giorno che illuminato dalla  Grazia divina diede inizio ad un cammino di sincera conversione di vita, dandone testimonianza a quanti lo circondavano, sia allievi che educatori, i quali faticavano nel riconoscere in quel giovane convertito, l’incorreggibile  Diliberto che avevano fino ad allora sperimentato.

Si abbandonò da subito ad intensi esercizi di penitenza, spesso rinunciava al cibo e al sonno, infatti non era raro che passasse la notte in preghiera, stando molto attento a non essere notato, per evitare che potesse apparire singolare agli occhi dei convittori. Tra le varie penitenze, soleva mettere gli sportelli di un armadio o una tavola da disegno sotto le coperte e vi si distendeva come su di una croce. E quando i professori gli ricordavano che prima di tutto veniva lo  studio il quale era anche preghiera, lui rispondeva che in matematica cambiando l’ordine degli addendi il risultato rimaneva invariato e quindi se studiare è come pregare, a sua volta pregare è come studiare, e quindi non si sarebbe mai stancato di pregare e fare penitenza, sempre sotto lo stretto controllo e la più totale obbedienza al direttore spirituale. Canonico Pennino.

Questo ormai mutato stile di vita lo esponeva talvolta alla derisione di alcuni suoi compagni, tuttavia, erano molti coloro i quali lo guardavano ormai con grande ammirazione, e lo stile di vita che conduceva gli valse il titolo, quasi profetico, di: “Il cappuccino”.
Così riporta il Ferrigno nella sua Biografia:

Il nostro Diliberto per la virtù di Dio che traspira dai cuori retti e per la morigeratezza della vita, che dava rilievo ed efficacia alla semplicità delle sue parole, […] divenne nel convitto I’esempio di tutti. II più degli allievi cominciò a guardarlo con occhio di rispetto e di ammirazione; ed affermano i suoi superiori e compagni d’allora, che non pochi dovettero a lui il miglioramento dei costumi, la frequenza dei Sacramenti, la fermezza nelle pratiche e nelle credenze cattoliche […] Anzi un quattro o cinque […] diedero segni non dubbi di vocazione religiosa. Né questa fama di virtù […] fu leggiera ed effimera, ma restò impressa profondamente […] tantoché se ne parlava con meraviglia anche dopo la sua uscita dal Collegio, e l’Eminentissimo Cardinal Celesia, nostro venerato Arcivescovo, mi racconta, che alcuni anni dopo, mentre Vincenzo si trovava alunno in questo nostro Seminario, essendo andata da lui una camerata di convittori di San Rocco, ed essendosi messo discorso del Diliberto, tutti a coro esclamarono i fanciulli: Ah! il Diliberto, ma quello è un santo, é un santo!“.[3]

Esauriti gli studi al convitto S. Rocco, Vincenzo trascorse un periodo in casa prima di approdare al seminario arcivescovile di Palermo. Di questo breve periodo di transizione ci occuperemo nel prossimo numero.

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[1] Cultrera S. Da monello a Santo. Bari: Edizioni Paoline, 1959, pag. 29.
[2] Ivi, pagg. 48-50.
[3] Ferrigno G. – Cascavilla M. Vita di Vincenzo Diliberto novizio cappuccino, pag. 22.

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