ALLA SCOPERTA DI FRA GIUSEPPE – N.6

Il rientro in famiglia: tra desideri, lotte e scelte coraggiose

Terminati gli studi al S. Rocco, il 19 agosto del 1880, il giovane Diliberto rientrò in famiglia. Il padre, nell’intento di farne un ingegnere meccanico, premette affinché Vincenzo sostenesse gli esami di ammissione all’Istituto Tecnico; era nota, infatti, la sua naturale inclinazione per la meccanica.
Ma il ragazzo, piuttosto che prepararsi agli esami di ammissione, avrebbe preferito iniziare lo studio del latino, avendo già nel cuore il desiderio di abbracciare la “carriera ecclesiastica”. Manifestate le sue intenzioni al padre, questi gli promise che gli avrebbe concesso di intraprendere lo studio del latino, con un insegnante privato, solo dopo aver superato l’esame di ammissione.

Nel novembre del 1880 fu ammesso al primo anno nell’Istituto Tecnico. Tuttavia il profit­to scolastico non fu entusiasmante, perché fortemente demotivato. I suoi interessi erano altri: partecipare all’Eucaristia, raccogliersi in preghiera e, come già espresso, dedicarsi agli studi umanistici.

L’ing. Diliberto, che nel frattempo temporeggiava, per saggiare l’autenticità della vocazio­ne del figlio, al fine di infondergli nuove motivazioni, lo iscrisse all’Oratorio S. Filippo Neri, dove avrebbe certamente trovato nutrimento spirituale per la sua anima “assetata di Dio”. Egli stesso ve lo condusse affidandolo alle cure del Can. Carella, il quale rimase ammirato dalla maturità del giovane:

«La prima impressione che ne ricevetti –  scrive –  fu ottima. Avendogli diretto alcune parole di avviso per sapersi guardare dai cattivi compagni, egli rispose con tanto giudizio, che ne restai ammirato. Oltre alla modestia notai in lui pietà e diligenza; ma poi mi fece la più grata impressione il vederlo pieno di zelo per fare aggregare gli altri giovani […] E ne fece del bene »[1].

Coinvolse diversi compagni conosciuti al S. Rocco e tra questi l’amico Antonio Piraino, che così scrive:

«Vincenzino ascoltava ogni giorno la Messa e mi vi condusse spesso; la domenica poi con grande gioia, quasi andasse ad un festino,  correva all’ospedale per servire gli ammalati, e con tanto amore lo faceva con tanta pazienza e umiltà, che io ne rimanevo edificato grandemente.»[2].

Metteva da parte i suoi risparmi per poi comprare medagliette e santini da distribuire agli ammalati, ai quali non offriva solo un conforto spirituale, ma anche aiuto materiale. Con animo generoso e forte si dedicava a loro: li cambiava, li pettinava, tagliava loro i capelli, li aiutava a vestire, cambiava le lenzuola dei letti, porgeva le medicine, curava e ripuliva le piaghe, vincendo ogni ripugnanza, e credendosi fortunato di poter servire i poveri e i sofferenti, i quali sono  immagine di Cristo.[3]

E così andò avanti per mesi, finché un giorno trovato dalla matrigna con i vestiti che brulicavano di pidocchi, certamente presi nel servire gli infermi in ospedale, ebbe, con suo profondo rammarico, l’assoluto divieto di recarvisi.

In famiglia, il padre e la matrigna, accortisi non soltanto della vita di pre­ghiera ma anche di alcune penitenze fatte in casa da Vincenzo, tentarono di distrarlo con divertimenti e passeggiate, ma egli malincuore, in spirito di obbedienza, vi partecipava, ma con scarso interesse e se poteva vi si sottraeva.
Il padre così descrive le decisioni prese nei confronti del figlio:

«Non nego ch’io condussi mio figlio al teatro e in qualche riunione di ballo; ma lo feci a ragion veduta, per osservare le mosse di lui, poiché conoscendo il suo diportamento prima di entrare nel S. Rocco, temevo che fosse per tornare indietro, molto più che ignoravo il mutamento portentoso avvenuto in lui…»[4].

Nel tempo trascorso in famiglia numerose volte Vincenzo si recò dal Can. Pennino, suo direttore spirituale, il quale ci riferisce del  grande travaglio che il giovane viveva:

«Vincenzino era in una continua lotta, non potendo da un lato resistere al padre, e non volendo dall’altro studiare materie che non si addicevano alle sue aspirazioni…»[5].

Vedendo, Vincenzo, che il padre temporeggiava ulteriormente nell’adempiere alla sua promessa, Domenica 29 maggio 1881, gli consegnò una lunga lettera nella quale comunicava di non voler sostenere l’esame per la promozione al secondo anno dell’Istituto Tecnico, di voler entrare in Seminario e, ordinato prete, di abbracciare la vita monastica o religiosa.

Lettera che esamineremo dettagliatamente nel prossimo numero.

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[1] Cultrera S. Da monello a Santo. Bari: Edizioni Paoline, 1959, pag. 64.
[2] Ibidem.
[3] Cfr. Ferrigno G. – Cascavilla M. Vita di Vincenzo Diliberto novizio cappuccino, pag. 30.
[4] Cultrera S. Da monello a Santo, pagg. 65-66.
[5] Ivi, pag.68.

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