ALLA SCOPERTA DI FRA GIUSEPPE – N.7

Una lunga lettera (Prima parte)

Ricevuta la lettera l’Ing. Diliberto non indugiò a leggerla. Essa costituisce un documento prezioso in quanto  rivela tutto il travaglio vissuto dal Servo di Dio; ne riproponiamo i passaggi salienti.

«Al mio affezionatissimo padre Nicolò», Palermo, 31 maggio 1881 (data nella quale probabilmente  avrebbe voluto consegnarla).

 “«O padre, o padre mio […] Vengo a parlare con la presente dell’argomento più importante, quello della salvezza dell’anima mia. […] Lei rammenterà certo d’avermi promesso che dopo gli esami per l’Istituto mi avrebbe fatto studiare il latino con un professore particolare. Seguii i suoi consigli, mi preparai nei mesi delle vacanze, diedi gli esami, fui promosso e dopo non restava che a lei di adempiere la promessa. Quindi speravo che qualche giorno mi avrebbe chiamato per decidere sul da fare. Ma… aspetta, aspetta, questo giorno sospirato non veniva mai: e mai sarebbe venuto se non mi fossi deciso a scrivere la presente, per prendere delle risoluzioni più importanti…»[1].

Qui, senza per nulla mancare di rispetto al padre, assume un tono risoluto, deciso ad obbedire a Dio prima che agli uomini:

«Prima di tutto le dico – prosegue Vincenzo – che non voglio sostenere l’esame per la promozione alla seconda classe dell’Istituto, […] In secondo luogo le dico che non voglio rimanere in casa, ma invece voglio entrare nel Seminario Arcivescovile […] e dopo essermi ordinato prete, voglio farmi religioso […] quindi sarò costretto ad abbandonare per sempre casa e parenti, patria e anche lei, padre mio, lei mio unico bene terreno, lei che amo più di qualsiasi altro mio parente, perchè l’unico che ha dei veri sentimenti religiosi.

Ma lei mi dirà: Come! Dopo aver speso tanto denaro, dopo essermi tanto sacrificato per te, come ti regge il cuore di abbandonarmi? Oh padre! Grande, infinitamente grande è l’affetto e la riconoscenza che a lei mi legano; ma molto più grande è l’affetto e la riconoscenza che mi legano a Dio; quindi devo seguire Dio e non lei, essendo Dio il nostro unico fine.

Perchè a tale annunzio è diventato così triste e pensieroso? Quale affetto la costerna e l’affligge? Comprendo, lei dirà tra sè – io perdo un figlio. – No, non lo perde, ma lo recupera, perchè se ci separiamo per tutto il tempo di questa vita in terra (se Dio lo vuole) ci ricongiungeremo eternamente in cielo. D’altronde Dio stesso nel cap. 19 del Vangelo di San Matteo dice: Chiunque avrà abbandonato la casa o i fratelli o le sorelle o il padre o la madre o la moglie o i figli o i poderi per amore del mio nome, riceverà il centuplo e possederà la vita eterna»[2].

Vincenzo prosegue, poi, rassicurando il padre circa l’autenticità della sua vocazione:

«Ma prima di tutto lei potrebbe dirmi: La tua vocazione è vera? Se la mia vocazione non fosse vera, non avrei persistito a confessarmi e a farmi la Comunione quasi ogni domenica; se la mia vocazione non fosse vera non abbandonerei questa casa dove nulla mi manca; se la mia vocazione non fosse vera non abbandonerei gli studi che ho intrapreso, per mezzo dei quali potrei riuscire ingegnere meccanico, che è proprio la mia tendenza. E infine, se la mia vocazione non fosse vera, dopo un anno che è già trascorso, e in cui sono stato a teatro, a passeggi, e in altri luoghi di divertimento, non avrei persistito nel mio proponimento e mi sarei dedicato al mondo»[3].

Aprendo pienamente il suo cuore al padre, Vincenzo prosegue raccontando la sua conversione e le cause che la favorirono, ne identifica tre: oltre alla frequenza agli atti religiosi e le continue prediche del Direttore del S. Rocco, ve ne fu una principale: il peccato contro la castità, commesso il 18 maggio 1880 (di cui abbiamo già parlato in precedenza), che rattristò Vincenzo facendolo riflettere sulla miseria della vita e facendogli comprendere come solo nella religione avrebbe trovato conforto “D’allora in poi abbandonai quella vita voluttuosa, non mai più commisi un solo peccato di lussuria, e tutto a Dio mi dedicai, sì, a Dio solo, perché Dio è il nostro ultimo fine“.

Apprese le cause della conversione del figlio, prosegue Vincenzo, il padre non può far altro che ringraziare Dio:

«Ora che ha saputo le cause della mia conversione, rivolga gli occhi al cielo e reciti con la bocca e col cuore il seguente inno di ringraziamento: Oh Dio! Oh Supremo Fattore! Oh Supremo Governatore delle anime nostre! Io ti ringrazio per l’improvviso e grande mutamento che hai operato nell’animo del figliuolo mio. [..] Ora o Gesù mio,  egli non vive che per te, egli non spera in altri che in te, egli non ama altri che te. Quindi io te lo ripeto, né mi stancherò mai di ripeterlo: ti ringrazio della conversione che hai operato nel figliuol mio»[4].

La seconda parte della lettera sarà presentata nel prossimo numero.

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[1] Cultrera S. Da monello a Santo. Bari: Edizioni Paoline, 1959, pag. 70.
[2] Ivi, pagg. 71-74.
[3] Ibidem.
[4] Ivi, pagg. 75-76.

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