“Giuseppe il peccatore” – G. Rossitto n.8

Anelito di “deserto”

Nei tre anni e sei mesi che Vincenzo vive nel seminario, grazie all’ambiente adatto, consolida la conversione. Egli ha ora 20 anni (1884) e viene, perciò, invitato alla visita militare; i medici rilevano difettoso un anello della colonna vertebrale e lo dichiarano “inabile“. Vincenzo ne fu contentissimo, perché vedeva più facile la realizzazione dei suoi progetti.
Gli brucia nell’animo un ardente desiderio di deserto. Nella convivenza con gli altri nel Seminario avverte un forte disagio che esprime chiedendo ai superiori di potere disporre di un vano riservato: qui egli, non visto e non sentito, può sfogare, svolgere, approfondire il progetto di “novità di vita“, ricomporre la sua vita disgregata, detestarla ed espiarla con animo di vero penitente.
Scrive lunghe lettere al confessore dove reitera, con appassionata insistenza, la dedizione a Dio senza riserva: “… Io bramo la solitudine… sento in me, insiste, un ardente desiderio di farmi   santo …”.
Con soprannaturale intuito ha capito che il deserto è luogo di suprema libertà, luogo di libera-zione, luogo selvaggio dove l’io, tolto alla vertigine delle cose, affiora con prepotenza e si rivela nella sua identità. Sono le ore e i giorni della solitudine, i tempi del deserto della vita che scoprono paesaggi impensabili dando soprassalti imprevisti.
Vincenzo si fa rude e impietoso a se stesso; cerca il deserto non come fine a se, ma come strumento per conseguire l’esatta percezione del proprio narcisismo, primo risultato del deserto. La solitudine, infatti, decanta le apparenze, denuda impietosamente, rivela l’arroganza dell’io che tende a misconoscere gli altri. Ha capito che dovrà misurarsi con la tentazione e dovrà lottare contro una realtà che è in fondo “volontà di potenza” in tutte le sue valenze. Ma chi lotta vince e assapora le gioie di una coscienza libera e appagata.
Ottiene finalmente il permesso di fare esperienza di vita solitaria e il 31 agosto di quell’anno si reca nel convento di Baida dei Minori Osservanti. Il luogo è vasto e vacante, porta i segni del totale abbandono dopo la cacciata dei frati con le leggi soppressive del 1866.
Qui conduce vita eremitica e segue rigorosamente un calendario (ritagliato) sulla misura della sete di preghiera e penitenza.
I due mesi che vi passa non sono ricostituenti per il corpo, ma occasione privilegiata di intima comunione con Dio. Lì, nel cuore del silenzio, tra i canti degli uccelli e lo scorrere del “lavoro usato” di gente che fatica e soffre, Vincenzo assapora il brivido di escursioni contemplative condite di aspre penitenze corporali: poco pane e poco compana-tico, digiuni estenuanti e privazioni d’ogni genere lasciano i segni visibili nel dimagrimento del corpo e pallore del viso.
Tali effetti allarmano i familiari i quali sollecitano provvedimenti onde evitare questo “autolesionismo suicida“.

È tempo sprecato! la sofferenza fa parte integrante del nuovo programma! che pensa di realizzare compiutamente nell’Ordine Cappuccino.

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Rossitto GGiuseppe il peccatore. Fra Giuseppe Maria da Palermo. Storia di un’anima. Siracusa, Zangarastampa, 1996, pp. 36 – 37.



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