Il “beato transito” di Fra Giuseppe

135 anni sono trascorsi dal “Dies natalis” di Fra Giuseppe Maria da Palermo. Il Servo di Dio  nella notte tra il 31 Dicembre 1885 e il 1° Gennaio 1886, visse il suo “beato transito”, facendo ritorno alla “Casa del Padre”.

Ricordiamo quei momenti ascoltandone il racconto che ne fa il frate cappuccino P. Giuseppe Rossitto, nel suo libro “Giuseppe il peccatore”.

 Alba grigia

 Il sorgere del nuovo giorno, il primo dell’anno 1886, appare faticoso… torpido… quasi svogliato
La minuscola campana del convento dal timbro inconfondibile, con suono a martello, annunzia ai sortinesi assonnati un avvenimento luttuoso: la notte, ore 0.30, è spirato serenamente un giovane frate cappuccino. Si tratta di un giovane palermitano, Vincenzo Diliberto, venuto a Sortino per compiervi l’anno di noviziato. Nell’indossare il saio francescano gli era stato assegnato il nome di Fr. Giuseppe Maria.
Undici mesi soltanto di vita religiosa segnano abbondantemente l’itinerario privilegiato verso la morte precoce. Quella morte era destinata a vasta risonanza e per la gioventù del frate e per l’ammirevole esemplarità di vita che contrassegna un’e-sistenza così breve.

Decorso fulminante

 Nel novembre del 1885 Fr. Giuseppe Maria si ammala di polmonite; dopo due settimane di cura e cautela appare guarito. E il giovane frate sembra confermarlo con i fatti: riprende con la consueta puntualità e rigore, la regolare osservanza, attende al compimento dei doveri assegnatigli. Quel miglioramento, confortato dal ritorno sollecito alla normalità della vita comune, si rivela subito illusorio e precario. Il male, purtroppo, agiva laten-te. Il 30 dicembre, mercoledì, Fr. Giuseppe Maria non riesce a nascondere i segni di un malessere galoppante. Il maestro dei novizi, Padre Innocenzo da Sortino, gli ordina di mettersi a letto. Il provvedimento apparve subito tardivo e inutile! Si aggravano rapidamente le condizioni generali dell’infermo e si provvede, nella previsione del peggio, ad amministrargli gli ultimi sacramenti che l’infermo riceve con visibile rassegnazione e lucida consapevolezza. Mantenne costante il volto sereno e quasi gioioso, segno di intima comunione mistica con Dio, attesta Fr. Giuseppe da Modica suo coetaneo. Dopo brevissima agonia, stringendo la corona del rosario e assorto in preghiera, si spegne il giovane frate, varcata appena la mezzanotte dell’ultimo giorno di dicembre che apre al nuovo anno, 1886: ore 0,30! Il dott. Ignazio Vinci ne verifica il decesso.

Plebiscito di ammirazione…

Appresa la notizia della morte il popolo sortinese si riversa in convento a folti gruppi di uomini e donne.
Un sentimento di intensa ammirazione coinvolge tutti e traduce l’intuizione collettiva dinanzi ad esempi di bontà eccezionale: “È morto un santo” dice ognuno e sente dire: ecclesiastici e laici sono concordi.
Solleciti si recano alla chiesetta conventuale per vedere l’ultima volta le spoglie mortali di Fr. Giuseppe Maria. C’è chi gli bacia le mani, chi i piedi, chi ardisce, se non impedito, ritagliarli l’abito, chi tocca con rosari la salma per portare a casa una reliquia, un ricordo… la calca incontenibile si muove per contemplare ancora una volta quel volto roseo che appare a tutti immagine di uomo tutt’ora vivo.
Per due giorni il cadavere fu tenuto scoperto in chiesa, composto con estrema naturalezza sopra una bara. Nessuno avverte segni di decomposizione o di cattivi odori.
L’ufficio e una prima messa funebre vennero celebrati lo stesso giorno della morte tra singulti e lagrime di confratelli e laici.

… e di partecipazione

     Le esequie solenni furono ritardate sia per dare tempo al fratello Silvestro di accorrere da Palermo sia per soddisfare il comune desiderio del sindaco e della cittadinanza desiderosi di prolungare al massimo lo spettacolo di quel volto angelico composto nella contemplazione di Dio.
Nonostante tutto e per ragioni ignote (forse l’imminenza del giorno festivo), viene deciso il trasporto della salma al vicino cimitero per il pomeriggio del 2 gennaio, sabato.
Una lunga teoria di preti (circa 20), di religiosi cappuccini, conventuali, carmelitani, di laici appartenenti alle locali associazioni e laici dei paesi vicini, in preghiera e lagrime, celebrano l’apoteosi di un giovane frate-novizio la cui virtù è ormai nota a tutti.
Che i suoi confratelli lo ritenessero virtuoso oltre il comune, non sorprende: vivendo insieme non poteva sfuggire il rilievo; ma che il popolo lo ritenesse tale sorprende non poco. Dove e come lo avevano appreso?
Il giovane, arrivato da Palermo, via Siracusa, durante gli undici mesi, nel convento di Sortino, conduce una vita austera di preghiera e lavoro senza alcun rapporto col mondo esterno allora severamente proibito.

     Il popolo devoto ai frati poteva vederlo solo o quando serviva la messa, attraverso l'”iconostasi”, o quando, insieme con i compagni, si recava alla Chiesa Madre per ascoltarvi le prediche quaresimali o partecipava alla processione del Corpus Domini, delle Rogazioni, della Patrona, del Ve-nerdì Santo… atti comuni, ma sufficienti a rivelare uno stile non comune.

  1. Eugenio Scamporlino (…) depone: “Quando serviva in chiesa alla santa messa fu notato dal popolo per il suo raccoglimento e la sua fede”. P. Innocenzo dichiara che alla salma “seguiva il popolo in gran numero, tutti mossi dalla fama di santità che godeva il servo di Dio”.

Fenomeni sorprendenti

     Al ritorno in convento i frati incontrano il fratello di Fr. Giuseppe Maria Silvestro Diliberto il quale chiede subito di vedere il cadavere. P. Eugenio lo accompagna al cimitero… (non fu possibile avere una foto perché a Sortino non c’erano fotografi e quello di Siracusa era assente).
Sulla via del ritorno P. Eugenio ha un’idea che ama verificare: mettere alla prova, dopo morte, l’ubbidienza di Fr. Giuseppe Maria in vita.
Nel pomeriggio del 3 gennaio, domenica, alle ore 16 il P. Eugenio si reca nuovamente al cimitero seguito dal custode Fr. Francesco da Sortino, e dal barbiere Blancato Francesco il quale porta l’occorrente per fare il salasso. Una volta nella sala mortuaria P. Eugenio intima al cadavere di dare sangue. È noto come i cadaveri dopo tre giorni dal decesso, non sogliono dare sangue per effetto dell’arresto della circolazione conseguente l’arresto della funzione cardiaca.
Fr. Giuseppe Maria, invece, all’intimazione del Superiore e al taglio della vena, risponde col dare sangue vermiglio e tiepido come di persona viva. P. Eugenio, commosso ma non sorpreso, lo racùcoglie nel suo fazzoletto e conferma ulteriormente la convinzione circa la virtù eroica del giovane novizio cappuccino. L’evento, collocato a 64 ore dalla morte, rimane fuori di ogni attendibile previsione!
Altro fenomeno sorprendente è la straordinaria flessibilità degli arti mantenuta almeno sino a dopo otto giorni dalla morte e testimoniata da molti presenti. Subito dopo la morte il colore del viso di fa progressivamente roseo e tale si mantiene durante l’esposizione in pubblico; si diffonde intorno un soave fragranza di “zagara”, avvertita inequivocabilmente da molti presenti. […]
Sono fatti di dominio pubblico, ampiamente testimoniati che, senza volere definire miracolosi, appaiono e sono, per lo meno, eccezionali e sorprendenti

Commossi dal ricordo della serena morte di Fra Giuseppe, innalziamo la nostra preghiera al Signore, “Fonte di ogni Santità”, affinché, il Servo di Dio Fra Giuseppe Maria da Palermo, possa presto essere ufficialmente annoverato, dalla Chiesa, tra il “numero” dei Santi.

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