Il discernimento vocazionale in Fra Giuseppe Maria da Palermo

Dedichiamo alcuni numeri di “Alla scoperta di fra Giuseppe” al profilo spirituale del nostro Servo di Dio.

In questa uscita prendiamo  in esame il discernimento vocazionale compiuto da Fra Giuseppe Maria e la sua determinazione nel voler realizzare, contro ogni ostacolo,  quanto il Signore suggeriva al suo cuore.

A tal riguardo, proponiamo quanto scrive Don Mario Torcivia nel suo volume Vincenzo Diliberto fra Giuseppe Maria da Palermo ofmcap, Palermo, 1864 – Sortino, 1886, Biografia e scritti, edito da Rubbettino.

L’autore, trattando questa tematica, focalizza e commenta, in modo particolare, uno scritto chiave del giovane Diliberto, ovvero la lettera in cui chiede al padre il permesso di entrare nel Seminario Arcivescovile di Palermo.

La fermezza nel discernimento vocazionale[1]

Nella scelta di entrare in Seminario, Diliberto ha mostrato particolare saldezza nel portare avanti, nonostante la titubanza del padre, quanto da lui avvertito interiormente in ordine alla comprensione della volontà di Dio.

Il luogo principe per conoscere il suo animo è certamente la lettera indirizzata al padre Nicolò del 30 maggio 1881, nella quale il giovane diciassettenne chiedeva al proprio genitore il permesso di entrare nel Seminario Arcivescovile di Palermo, e di non opporsi pertanto al discernimento vocazionale effettuato.

Tale lettera, che ci apprestiamo a commentare, si rivela un testo fondamentale per conoscere la tempra di Vincenzo, il quale si sofferma a trattare col padre «di un argomento il più importante che mai, l’argomento, cioè, che tratta della salvazione dell’anima mia».

In ordine alle risoluzioni manifestate al padre vorremmo evidenziare la ferma consapevolezza del giovane che, una volta intrapresa una strada diversa da quella finora percorsa – perché consapevoli che questa è la strada da seguire con tutto sé stessi -, bisogna avere la capacità di abbandonare quanto finora fatto. E ciò non perché le scelte compiute siano in se stessi di poco valore ma perché non più rispondenti a quanto ormai individuato come l’unum necessarium. E questo anche quando ciò dovesse ncomportare il non accondiscendere alla propria tendenza naturale che, in Diliberto, era diventare ingegnere meccanico.

L’altra risoluzione nella quella desideriamo soffermarci è quella relativa alla volontà di Vincenzo di abbandonare la propria casa e di non voler vedere più i propri familiari e parenti stretti per evitare ogni derisione.  Tale decisione nasce dal fatto ch costoro si erano manifestati critici in ordine alla sua scelta vocazionale.  Comprendiamo bene come nel giovane giochi di certo un  evidente meccanismo di difesa per proteggere il passo che stava per compiere a breve. In lui, però, vi è anche la determinazione che nasce dal prendere sul serio l’esigenza evangelica dell’abbandonare tutto quanto finora era stato il suo mondo di riferimento per consegnarsi solo a Colui che ha promesso il centuplo su questa terra insieme alla vita eterna.

Desideriamo far notare, in ultimo, come il fine manifestato dal giovane al padre sia quello di divenire monaco, gesuita o membro di qualunque altro ordine o congregazione religiosa. Nel frattempo, il Diliberto sa bene però che il passo graduale da compiere, considerata la difficoltà ad ottenere il placet paterno, passa dal divenire presbitero diocesano. Vincenzo insegna così come, a volte, bisogna accettare le soluzioni intermedie per potere in seguito realizzare, in modo definitivo, il desiderio più profondo presente nel cuore. Questo significa imparare a saper attendere giorni migliori, accontentandosi di quanto al momento si può realizzare.

Riguardo poi al rapporto col padre, Vincenzo non nasconde il dolore che sicuramente gli arrecherà la scelta di entrare inSeminario. Anche qui, però, cogliamo la fermezza e l’ottica di fede che animano Diliberto il quale, pur consapevole del grande affetto e del debito di amore che lo legano al genitore, sa che Dio va amato sopra tutto e tutti. La carità che lo anima si tramuta però in consolazione nei riguardi del padre, perché ciò che la terra divide, il cielo ricongiungerà.

Terminata l’esposizione delle risoluzioni, il giovane passa a rassicurare il padre in ordine alla verità della vocazione avvertita portando come prove: la fedeltà alla celebrazione del sacramento della Riconciliazione e all’Eucaristia domenicale, la decisione di abbandonare definitivamente la propria casa e gli studi intrapresi che lo avrebbero portato a divenire sicuramente un ingegnere meccanico, la persistenza nel proposito di  divenire prete nonostante avesse frequentato tanti luoghi di divertimento nell’anno trascorso, da quando aveva manifestato la suddetta intenzione al padre.

La prima prova addotta da Vincenzo riguardo alla verità del proprio sentire vocazionale nè la regolarità della vita sacramentale  condotta da quando ha avvertito la chiamata particolare del Signore. Sappiamo bene come questa prova abbia un oggettiva valenza.  Sono, infatti, i sacramenti, insieme alla Parola, a donarci oggettivamente lo Spirito. Una vita cristiana che non fosse ritmata dalle celebrazioni sacramentali dell’Eucaristia e della Riconciliazione  è destinata, prima o poi, a inaridirsi. Una vita cristiana alimentata invece dai sacramenti costituisce anche l’humus più fecondo perché un giovane/una giovane avvertano nel loro cuore una particolare chiamata del Signore e siano pronti a seguirla.

Le altre due prove ineriscono alla fermezza che deve sempre caratterizzare i credenti in Cristo, una volta affermata la scelta di mettersi alla sua sequela. Non c’è inclinazione naturale per gli studi né distrazioni o divertimenti di qualunque natura – anche sani e leciti – che possano far deviare dalla strada intrapresa per essere fedeli discepoli di Cristo.

Descrivendo, poi, la causa della propria conversione, la motivazione sulla quale si sofferma il giovane palermitano, al di là del fatto concreto da lui non descritto, dà la possibilità di incontrarci e conoscere la profonda riflessione esistenziale di un diciassettenne che, alla stregua di un adulto, riflette sulla caducità dei piaceri e delle gioie di questo mondo. Egli giunge persino ad interrogarsi e ad interrogare il padre chiedendogli realmente se si può esser certi della presenza tra gli uomini di uno che possa dire di sé stesso di essere veramente felice!

E questo, continua Vincenzo, anche se la religione cristiana, alla fine di tutto,  non si rivelasse vera. Anche se Dio non esistesse – afferma Diliberto, come aveva già scritto Blaise Pascal – rimane una buona via da percorrere, perché contiene in sé una propria validità e ragionevolezza.

L’altra riflessione che ci piace sottolineare, è il      fermo proposito manifestato di non cadere più in quel peccato di lussuria che tanto aveva contristato il Signore e sé stesso. Seppur solo diciassettenne, Vincenzo rivela una fermezza e una volontà certamente non comuni per un ragazzo della sua età.

Com’è vero inoltre che la riflessione ponderata sulla nostra esperienza di malvagità e di lontananza da Dio può divenire d’ambèe per opera della Grazia, l’occasione feconda, il kairòs che il Signore offre a ciascun uomo e donna non solo per un cambiamento di vita ma anche per decidere di seguire in modo totale il Signore.

Descritta la causa della conversione, il giovane invita il padre a sciogliere un inno di ringraziamento al Signore per le opere compiute in lui e la salvezza operata nei riguardi della sua anima. Ci sembra interessante considerare come tutte le riflessioni di Vincenzo – e, soprattutto, la descrizione delle cause della propria conversione e la volontà di seguire il Signore – rappresentino per lui l’occasione non tanto per inorgoglirsi spiritualmente, quanto per invitare il proprio padre ad innalzare un inno di lode a Colui che opera in tale modo nel cuore degli uomini.

Infine, a conclusione della lettera, comprendiamo bene il fermo tono e la decisa richiesta che il giovane rivolge al padre dí non opporsi alla vocazione avvertita interiormente perché sarebbe come opporsi al Signore stesso. Vincenzo ci insegna che, quando si ha chiaro e definito il progetto di Dio, il linguaggio diventa senza tentennamenti a costo di apparire sfrontati nelle richieste. Il figlio scrive al padre che questa fermezza non scaturisce da ira, ma da amore. Vincenzo ci ricorda che quando il cuore dell’uomo è inabitato dall’amore per Dio si   acquista   una forza interiore che realmente, come insegna Gesù   nel   Vangelo quando   parla della fede, riesce a fare spostare le montagne. E’ capace, cioè, di far superare tutti quegli ostacoli si frappongono sovente a chi vuole seguire radicalmente il   Signore.

Questo scritto   del   giovane Diliberto è rivelativo della   sua profondità umana e spirituale.   Ci colpisce, inoltre,    l’assenza di qualunque tipo di frasario formale  e/o   di espressioni   vacue, tant’è che fin dall’inizio della lettera, come già scritto, Vincenzo manifesta come quanto   dirà inerisce alla salvezza   della propria anima.

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[1] Torcivia M.  Vincenzo Diliberto fra Giuseppe Maria da Palermo ofmcap, Palermo, 1864 – Sortino, 1886, Biografia e scritti, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2020, pp. 372-375.

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