Il potere di diventare santi

1. Per riflettere sulla necessità di rivedere molte immagini di santità, e quindi di vita spirituale, che ancora dominano nella cultura cattolica, partirei da alcuni pensieri che Bernanos fa esprimere ad un ateo nel suo famoso scritto I grandi cimiteri sotto la luna del 1938: “Voi non vi interessate ai miscredenti, però i miscredenti si interessano enormemente a voi (…) Vi consideriamo interessanti.

Poi risulta che non lo siete, e questo inganno ci fa soffrire. (…) Quando uscite dal confessionale siete in stato di grazia. Lo stato di grazia… Bene, e poi? Non sembra un gran che. Ci chiediamo cos’è quel che fate con la grazia di Dio. Non dovrebbe forse risplendere in voi? Dove diavolo mettete la vostra allegria? (…) Non basta rispondere che Dio si è messo nelle vostre mani (…) Per noi, che possiamo solo sperare da voi la partecipazione a un dono che secondo quanto dite è ineffabile, l’importante non è sapere se Dio si è messo nelle vostre mani, ma quel che fate con Lui”.
Potremmo perciò dire, in base a queste amare riflessioni di Bernanos, che le maggiori obiezioni alla santità, che crescono lungo i secoli della modernità, le abbiamo generate proprio noi cristiani, ed è perciò la Chiesa stessa che deve interrogarsi su quali immagini della santità ha divulgato, e sulla verità del loro contenuto. E questo nostro tempo è proprio il momento più favorevole per avviare questa straordinaria revisione culturale e spirituale.
In queste brevi note sottolineeremo soltanto le obiezioni, il lato d’ombra della questione, consapevoli che grandi sono gli aspetti luminosi della santità cristiana testimoniata in ogni tempo. D’altronde è sui lati negativi che dobbiamo lavorare se vogliamo che la santità torni ad essere pienamente comprensibile e quindi attraente, e cioè in definitiva se stessa. Solo un inesausto lavoro di purificazione delle immagini distorte della vita spirituale potrà dare forza a quel ricominciamento, o rievangelizzazione, che sarà poi in grado di “riproporre a tutti” una misura alta dell’esperienza cristiana, come Giovanni Paolo II continuava a chiedere anche nella Novo Millenio ineunte (n.31).

2. Proporrò dunque tre tesi provocatorie su come potremmo definire la persona santificata, verificando poi fino a che punto le immagini tradizionali di perfezione collimino con queste indicazioni.

Prima tesi/provocazione: il santo è la persona più libera e più creativa che ci sia: la persona che realizza la propria sovranità.

A me pare che negli ultimi secoli abbiamo insistito troppo sull’obbedienza e troppo poco sulla libertà. Troppo sull’essere servi, e troppo poco sull’essere figli di Dio, amici di Dio, esseri cioè divini. Mentre però l’obbedienza può essere un mezzo, e non sempre lo è, la libertà creativa è il fine della vita spirituale. Noi abbiamo fatto del mezzo il fine stesso della via di perfezionamento, e rovesciare i mezzi in fini ci porta normalmente molto lontani da ciò che continuiamo a credere di perseguire.

Credo perciò che sia necessaria una critica storica, teorica, e anche psicologica dell’obbedienza come virtù. L’obbedienza infatti è una virtù condizionata. Non è cioè sempre un bene obbedire, bisogna vedere a chi si obbedisce, perché si obbedisce, qual è il contenuto del comando etc. Jung ha fatto spesso notare che Gesù non è certo il modello di una persona che obbedisca a tutte le tradizioni dei padri, e infatti non mi sembra che i suoi padri lo abbiano molto apprezzato, o considerato santo…

Questo accentuare e assolutizzare il valore dell’obbedienza, per cui più obbediamo ciecamente e più saremmo santi, ha generato un’immagine della santità come dipendenza, infantilismo, mancanza di iniziativa autonoma, soggezione malsana o addirittura masochistica, mancanza di virilità e di femminilità adulte, cortigianeria, untuosità ipocrita più che unzione spirituale, e così via, un’immagine negativa che pesa come un macigno su ogni discorso fatto oggi sulla spiritualità.

Siamo chiamati a dire e a testimoniare invece che la santità è libertà, è maturità, è fede adulta e responsabile. Abbiamo bisogno di persone che non si prostrino dinanzi a nessun uomo, ma solo davanti a Dio. Che si sentano sempre figli, ma anche padri e madri della Chiesa. Quante volte un’immagine distorta della Madre Chiesa serve solo a sostituire in tante persone psicologicamente immature qualche mamma iperprotettiva e castrante? Noi abbiamo bisogno invece di santi capaci di creare e di affrontare le sfide enormi del tempo presente: santi-poeti, come li invocavano S. Weil, o Maritain o Berdiaev o Bonhoeffer.

Per questo dovremo ideare nuovi itinerari formativi, che sappiano integrare la sapienza psicologica dell’ultimo secolo, e così liberarci da ogni dipendenza nevrotica, per renderci testimoni credibili di libertà e di liberazione per tutti. Tutto ciò implica inoltre un confronto più approfondito con alcuni filoni culturali della modernità, che hanno da sempre sottolineato l’importanza della libera creatività del soggetto, e studiato però anche come concretamente svilupparla a livello pedagogico, e che non sono ancora stati bene assorbiti entro la cultura cattolica.

3. Seconda tesi/provocazione: il santo celebra e trasfigura tutta la vita terrena senza condannarne alcun aspetto vitale.

Anche qui per secoli abbiamo insistito unilateralmente sulla negazione della vita, sulla mortificazione, esaltando a volte addirittura l’abbrutimento, l’autodenigrazione, l’orrore per il corpo, specialmente femminile, fino a considerare segno di santità il non lavarsi, il non curarsi etc. Verrebbe da chiedere: ma non può essere una forma di ascesi ad esempio lo sport? Disciplinarsi deve significare per forza frustarsi, oppure anche fare 50 vasche in piscina può essere una forma di disciplina, come ancora Giovanni Paolo ci mostrò, allorché si fece costruire una bella piscina in Vaticano?

Facendo ancora una volta di un mezzo (la giusta sobrietà) il fine ultimo della vita spirituale, abbiamo favorito l’emersione di un’immagine patologica della spiritualità, piena di contorcimenti psichici, di scrupoli, sensi di colpa, paure, repressioni, amarezze inutili, e ipocrisie, foriere di miriadi di disturbi psicosomatici, e non certo di beatitudine celeste… Lo spirituale ha finito per essere un tristo soggetto che condanna ogni piacere, e che condannerebbe anche Gesù come mangione e beone (Matteo 11,19)…
Ma Gesù non ci dona la vita in abbondanza? E noi suoi discepoli dobbiamo rinnegare in forma assoluta i beni terreni, oppure siamo chiamati a rinnegarne l’uso egoistico, per goderne finalmente in pieno la circolazione gratuita? A chi abbandona case, fratelli e campi “a causa sua”, Gesù non promette cento volte tanto in case, fratelli, figli e campi in questa vita terrena, e poi nel futuro la vita eterna (Mc 10,30)? E noi non abbiamo frainteso tutto il discorso rinviando ogni godimento nell’aldilà, mentre si trattava di rinunciare ad un uso egoistico dei beni che limita il godimento dei beni del creato in questa vita? Qui dovremmo aprire una riflessione molto complessa anche sul senso della povertà e alla fine sul mistero stesso della Croce, e chiederci: la povertà è il fine, oppure la povertà è il mezzo per la sovrabbondanza del Regno? Dio stesso è povertà, penuria, oppure è sovrabbondanza di pescato, moltiplicazione di pani, ricchezza infinita che appunto ricolma “di beni gli affamati” (Luca 1,53) etc.? Gli afflitti insomma sono beati in quanto sono afflitti, oppure perché saranno abbondantemente consolati? Dio vuole la sofferenza del Figlio (e quindi la nostra) per salvarci, richiede il suo (e quindi il nostro) sacrificio di sangue, oppure è Satana che ci fa pensare in questi termini, e cioè che il Dio-Amore richieda sacrifici umani, peggio di un qualunque Moloch o dio azteco? Ma Gesù non ripete due volte: Misericordia voglio, non sacrifici (Matteo 9,13; 12,7)? E poi il padre del figliol prodigo, figura perfetta del Padre Eterno, non chiede niente al figlio che torna, non gli chiede nessun sacrificio, ma lo incorona subito e lo ricolma di beni, rallegrandolo col vino più buono e le carni più prelibate…. Molto dovremo meditare su questi nodi cruciali della nostra fede.

4. Terza tesi/provocazione: diventiamo santi guarendo da tutte le distorsioni e le dipendenze interiori, anche da quelle religiose: la santità è salute e salvezza sperimentate e condivise: guarì tutti, guarite tutti.

Abbiamo unilateralmente insistito sul dovere diventare santi, favorendo il perfezionismo, la rigidezza interiore, e le difficoltà relazionali che ne derivano. Quali libere e franche relazioni possono infatti instaurarsi tra persone compresse, impaurite, e afflitte da una congenita disistima? Dovremmo viceversa comprendere e testimoniare che la santificazione è un processo che ci dona un enorme potere, il potere di diventare figli di Dio (Gv. 1,12). Dovremmo rivolgerci alle persone afflitte del nostro tempo, e non dire loro: tu devi diventare santo, quanto piuttosto: vieni, noi possiamo curarti, possiamo guarire le tue ferite, sciogliere i tuoi blocchi, e aiutarti a diventare ciò che sei: uno splendido figlio di Dio, possiamo aiutarti a scoprire l’immenso potere che ci è stato donato.

Dovremmo insomma comprendere fino in fondo che solo guarendo possiamo incominciare a fare un po’ meno male a noi stessi e a chi ci circonda, e cioè che il livello psicologico-spirituale della nostra trasformazione deve precedere e anzi fondare quello morale-volontaristico. Insomma è inutile e dannoso parlare di servizio o di autoabnegazione a persone ancora dominate da complessi di dipendenza o da carente senso di sé, a persone che dovrebbero cioè piuttosto imparare ad esistere in prima persona, a tirare fuori la testa, a farsi valere etc.

5. Tutte queste immagini distorte della vita spirituale cristiana hanno generato molti dei moti di ribellione contro la fede che hanno attraversato gli ultimi secoli e che ancora vivono nelle profondità dei nostri contemporanei come (giusti e comprensibili) ostacoli alla piena accettazione della proposta cristiana. Tocca alla nostra generazione di riscoprire la santità di sempre, offuscata da tante maschere deformanti. La santità come vita potenziata, libera, creativa, piena di amore, vita mai dimidiata, sovranità interiore, mai sudditanza, sovranità sacerdotale, sovranità profetica, vita di Dio in me, vita in Dio, nascita nel tempo della mia eternità.

Quando questi caratteri propri della santità saranno evidenti, la vita cristiana tornerà ad essere, o forse sarà finalmente, attraente come non mai, come solo l’Eterno già qui presente può essere.
Che Dio ci doni la gioia di sperimentare fino in fondo la sua Santità, che è l’unica sorgente della nostra.

Autore: Marco Guzzi
Pubblicato in: AA.VV., “Protési verso il futuro… per esere santi, Edizioni Il Calamo. Roma 2003, pagg. 47-52.

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