ALLA SCOPERTA DI FRA GIUSEPPE N.23

La malattia e la morte (Prima parte)

Erano trascorsi ben undici mesi da quando Fra Giuseppe aveva iniziato il noviziato, diventando per tutti motivo di ammirazione e un modello da imitare. Tanto da far dire a  P. Eugenio Scamporlino che la vita di Fra Giuseppe nel noviziato era più di angelo che di uomo.

Nel Novembre del 1885, si manifestarono nel giovane i primi sintomi del male che lo porterà ad una morte prematura e inaspettata. Ascoltiamo dal biografo Cultrera la narrazione di quegli ultimi mesi di Noviziato:

Fra Giuseppe “venne assalito da un forte dolore al petto. Avrebbe voluto sopportarlo in pace, com’era solito, ma sentendosi venir meno le forze, lo manifestò al Padre Maestro, che lo costrinse al letto.

Il medico, accorso subito, la dichiarò una polmonite catarrale. Dopo due settimane di cure poté riaversi, ma non interamente, […] Volle rimettersi all’esercizio della vita comune. […] Durante le feste di Natale prese parte attiva a tutto, mostrandosi sempre lieto e gioioso. Il male gli covava, ed egli l’avvertiva, poiché il 27 dicembre scrisse tra l’altro al padre: «Non sono ancora interamente guarito».

Il 30 lo riassalì la febbre, e nondimeno volle alzarsi per fare la Comunione; […] Volendo ancora imporsi alla natura e nascondere il suo male, dopo la Messa si offerse per aiutare un compagno a spazzare; ma costui, vistolo sofferente, gli cavò di bocca che non stava bene e corse ad avvertire il P. Maestro, che lo costrinse al letto.

Il medico, senza pronunziarsi sulla gravità del male, si industriò di arrestarne il corso, facendogli opportune prescrizioni.

Intanto l’infermo, calmo, paziente e sempre uguale, al P. Maestro che l’interrogava come stesse, rispondeva: — Bene, Padre Maestro.

[…] L’indomani, 31 dicembre, giovedì, andava peggiorando a vista d’occhio e il P. Eugenio, fatto subito un telegramma al fratello di lui, Silvestro, in Palermo, dispose per un’assistenza ancora più assidua dell’infermo. Tuttavia nè lui nè gli altri sospettavano che la catastrofe fosse imminente.

Durante la notte il male si aggravò, senza ch’egli perdesse la conoscenza, tanto che stringeva devotamente al petto il Crocifisso, oltre alle immagini della Madonna, di S. Giuseppe e del Padre S. Francesco, che talora anche baciava[1].

Intorno le 23, vedendo che la morte era ormai prossima, i frati svegliarono il Provinciale P. Eugenio, il quale amministrò il Viatico:

Ricevuto il suo Dio, serrò dolcemente gli occhi e le labbra, e stette immobile, mentre un silenzio profondo regnava nella celletta.

Ma P. Eugenio, che più di tutti sentiva stringersi il cuore nel vederlo avviarsi rapidamente verso la morte, gli fece emettere la formula della professione e immediatamente pensò di amministrargli l’Estrema Unzione, della quale l’infermo accompagnò sotto voce le preghiere.

«Capì che moriva — dicono i compagni — e si mostrò rassegnato alla volontà di Dio». Anzi, lungi dal turbarsi, guardava tranquillo e sereno sorella morte che verso di lui si avanzava e ch’egli attendeva «contento». […] Dopo l’Estrema Unzione il P. Maestro gli chiese: Fr. Giuseppe Maria, come vi sentite? —       Bene! — rispose egli.

Fu l’ultima sua parola, ma quanto meravigliosamente bella in bocca ad un giovane morente nel fiore degli anni! Star bene quando si soffre, […] non è di tutti. Solo i santi possono pronunziarla prima di morire, come corollario d’una vita trascorsa bene […] I religiosi con le lacrime agli occhi accompagnavano le preghiere dei moribondi che il P. Eugenio recitava estremamente commosso e di tanto in tanto si fermava a mirare ancora una volta quel caro figliuolo che la morte stava per rapirgli.

— Un’ora dòpo amministrati i Sacramenti — dice il medesimo P. Eugenio — Fr. Giuseppe Maria non era più, morendo placidamente, come uno che dorma un sonno di pace. Benedetto figliuolo!

Quest’ultima espressione, che sembra troncata, pare dica lo stato d’animo dell’austero vecchio, in preda all’angoscia per una perdita così immatura.

Fr. Giuseppe Maria da Palermo si spense il venerdì, 1 gennaio 1886, alle ore 0,30. Dalla bocca di tutti si levò una sola voce: — E’ morto un santo!

Durante i funerali anche il P. Eugenio non potè dominare la commozione, tra l’ammirazione del popolo, che gli portava una stima non ordinaria.

Data la ressa della gente, che non cessava d’affluire in chiesa, le stesse autorità proposero spontaneamente una dilazione per la sepoltura, e il corpo rimase esposto due interi giorni, mentre tutti chiedevano qualche reliquia di lui. Il trasporto al cimitero avvenne la domenica, giorno 3, accompagnato da tutto il clero e dal popolo.

Profondamente afflitto, appena rientrato in convento il P. Eugenio non riusciva a consolarsi. Sul tardi ebbe l’ispirazione di provare anche dopo la morte l’obbedienza del defunto. Chiama allora due frati e il barbiere del convento e si reca di nuovo al cimitero, dove, aperta la cappella, recita il De profundis. Poi, accostandosi al feretro, con voce autorevole e solenne, dice al defunto:

— Fr. Giuseppe Maria, voi foste sempre obbediente, siatelo ancora adesso!

Così dicendo, presogli il braccio destro e rimboccatane la manica, vi lega un fazzoletto vicino al gomito, ordinando al barbiere di dargli un colpo di lancetta. Ed ecco con ammirazione di tutti uscirne un lungo zampillo di sangue calor rosso naturale, che descrivendo una ampia curva scorreva sul pavimento. Non avendo altro che il fazzoletto, P. Eugenio ve lo inzuppò slegandolo dal braccio che, rimesso a posto, cessò di dare sangue[2].

Lunedì 4 gennaio ebbe luogo la sepoltura nella tomba dei  frati cappuccini di Sortino.

Nel prossimo numero vedremo come venne appresa la notizia della morte del Servo di Dio nel Seminario Arcivescovile di Palermo, dove vennero celebrate solenni esequie.

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[1] Cultrera S. Da monello a Santo. Bari: Edizioni Paoline, 1959, pagg. 146-148.
[2] Ivi, pagg.148-152.

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