La santità è «vivere con»

Verso un nuovo modello di santità

Bonhoeffer parte da un interrogativo di fondo: Cosa è per noi oggi il cristianesimo? Cosa è per noi vera­mente Cristo?

A suo giudizio è ormai passato il tempo in cui era possibile rispondere a queste domande parlando agli uo­mini attraverso le “parole della religione”; è passato il tempo in cui era possibile rivolgersi all’interiorità e alla coscienza dell’uomo. Il tempo a cui stiamo andando in­contro è, infatti, un “tempo completamente non religio­so», in cui gli uomini non sono o “non possono più essere religiosi”, in cui le fondamenta stesse del “nostro cristianesimo” sembrano essere del tutto scalzate.

In un mondo ormai “non-religioso”, cosa significa essere Chiesa, essere comunità, vivere da cristiani, par­lare con Dio? Come è possibile, in un tale contesto, che Cristo diventi il signore anche dei non-religiosi?

Per attraversare questo tempo e per parlare agli uomi­ni di questo tempo, occorre riscoprire Cristo in un’ottica di fede totalmente rinnovata, in cui Dio si rivela nel “tu”, nella relazione con l’altro e nella responsabilità verso di lui.

Per molti secoli gli “uomini religiosi” hanno parlato di Dio come di un deus ex machina che è soluzione ai problemi insolubili, antidoto alla debolezza e ai limiti umani. Ma Dio, secondo Bonhoeffer, non sta “al di là”, dove vengono meno le capacità umane. Egli, al contrario, sta “al centro del villaggio”, dove gli uomini si incon­trano e si pongono in relazione fra loro.

Nell’epoca moderna “il mondo è diventato adulto» e Dio, inteso come deus ex machina, soccorso ai limiti e alla morte dell’uomo, è divenuto “superfluo», “inu­tile”, non più “necessario”. Dio non entra più in concorrenza con l’uomo ormai divenuto maggiorenne. Dio non si manifesta più nella sua rassicurante onnipo­tenza, della quale è possibile oggi fare a meno; ma si nasconde nel misterioso silenzio della debolezza di Cristo e di ogni uomo che incontro.

In questo mutato contesto storico e culturale, la mi­sura della santità è data dal riconoscimento e dall’acco­glienza dell’altro; la misura della responsabilità è defi­nita unicamente dalla necessità, dal bisogno, dalla sof­ferenza di cui l’altro è portatore. È da questo esclusivo “esserci-per-altri”, incarnato compiutamente da Cristo, che scaturisce la santità, “l’azione responsabile perso­nale”, l’apertura al rischio dell’incontro, il superamento della “mediocrità” borghese, il delinearsi dell’ántropos téleios, cioè dell’uomo intero, completo, che non conosce distinzione tra interiorità ed esteriorità.

Non si può essere “uomini completi” da soli, ammo­nisce Bonhoeffer, ma unicamente insieme ad altri. L’uomo intero, infatti, ponendosi davanti a Dio e all’altro, vive tanto dall’“esterno” verso l’“interno”, quanto dal­l’“interno” verso l’“esterno”. Egli non relega Dio “in qualche ultimo spazio segreto”, ma sa riconoscerLo negli eventi della vita e soprattutto nella presenza inelu­dibile dell’altro.

In questa prospettiva “non è l’atto religioso a fare il cristiano, ma il prender parte alla sofferenza di Dio nella sofferenza del mondo”.  È possibile, dunque, continuare, in un mondo “non-religioso”, a testimoniare Cristo, a parlare di Dio, soltanto se si è capaci di “essere­aldiquà” della vita, cioè capaci di essere-per-altri, stando pienamente radicati nella propria concreta quotidianità.

L’autentica trascendenza è l’esserci-per-altri mostrato e incarnato da Gesù. Solo dall’esserci-per-altri fino alla morte nasce l’onnipotenza e l’onniscienza. Il rapporto con Dio, nella riflessione di Bonhoeffer, non è il rapporto con un essere astratto e lontano, benché il più alto e potente che si possa pensare, quanto piuttosto una nuova vita che si sostanzia concretamente nell’esserci-per-altri, partecipando così all’esserci stesso di Gesù.

Il trascendente, secondo Bonhoeffer, non è l’irrag­giungibile, ma il prossimo che è dato di volta in volta e che è raggiungibile: «Dio in forma umana! Non il mo­struoso, il caotico, il lontano, l’orribile in forma di ani­male, come nelle religioni orientali; ma neppure nelle forme concettuali dell’assoluto, del metafisico, dell’infi­nito ecc.; e neppure la greca forma divino-umana dell’uomo in sé; bensì “l’uomo per altri” e perciò il cro­cifisso”.

Il cristiano (come la Chiesa) è soltanto se esiste per altri: è questa la convinzione che Bonhoeffer esprime at­traverso acute riflessioni teologiche, ma soprattutto testi­monia attraverso un coraggioso impegno in difesa della dignità umana, gravemente negata dalla follia nazista.

La lezione di Bonhoeffer ci orienta decisamente verso un suggestivo e più attuale modello di santità, che nella relazione con l’altro trova il suo principale criterio di riferimento e la sua esigente misura.

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Autore: Pietro Andrea Cavaleri
Tratto da: La santità è «vivere con»
Pubblicato in: AA.VV., “Protési verso il futuro… per esere santi, Edizioni Il Calamo. Roma 2003, pagg. 118-121.

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