L’Osservatore Romano dedica un articolo a Fra Giuseppe Maria

Virtù  della  fortezza  in  fra  Giuseppe  Maria  da  Palermo.

Tesoro  per  eccellenza  essere  povero  per  Gesù  Cristo

Diliberto  ha  condotto  una  vita  informata  da profonda  fede. I  suoi  discorsi, sia  che si  trovasse  solo  in  cappella,  o  che  parlasse  con  i compagni,  sia  che  vivesse  in  seminario,  o  che  andasse  a trovare  i parenti,  erano sempre  improntati a questo   atteggiamento   fondamentale   dell’esistenza cristiana.   Non   c’era   spazio   per   altri   argomenti. Ogni  occasione  era  buona  per  discorrere  —  come  si acconta di san Domenico di  Guzman — con  Dio  o di  Dio,  realizzando  in  questo  modo  l’unità  nella  vita   spirituale.   La   fede   avvertita   ed   espressa   nella contemplazione  del  mistero  eucaristico  era  la  stessache  viveva  e  desiderava  inoculare  alle  persone  che incontrava.

La  sua  breve  vita in  un  volume

Fra  Giuseppe  Maria  da  Palermo,  al  secolo Vincenzo  Diliberto,  visse  solo  ventidue  anni (1864-1886)  ma  densi  di  doni  e  frutti  da  parte della  grazia  divina.  Un  percorso  umano caratterizzato  dalla  profonda  fede  in  Dio  e dalla  tenace  fermezza  che  lo  hanno  reso  una delle  figure  più  rappresentative  della spiritualità  cattolica  siciliana  della  seconda metà  del   XIX secolo.  Rubbettino  Editore (Soveria  Mannelli)  gli  dedica  il  volume Vincenzo  Diliberto.  Fra  Giuseppe  Maria  da Palermo  ofmcap (2020,  pagine  434,  euro  28) scritto  da  un  sacerdote  della  Chiesa palermitana,  ordinario  di  Teologia  spirituale presso  lo  Studio  teologico  San  Paolo  a Catania.  Pubblichiamo  stralci  dei  rilievi conclusivi.

La  testimonianza più  bella di  questa unità  di vita di  fede  è  data  dall’espressione  del  suo  viso  quando discuteva  delle  realtà  di  fede.  Alcuni  testimoni  parlano di  una vera e propria  trasfigurazione del volto. Di   sicuro   nel   giovane   palermitano   si   realizzava quella  trasparenza  tra  anima  e  corpo  che  fa  sì  che quanto  vissuto  interiormente  traspaia  naturalmente nelle  fattezze  fisiche.  L’uomo  diventa  così  bello, non  certo  dal  punto  di  vista  estetico  —  anche  se questo  può  anche  avvenire  —  quanto  spiritualmente, perché,  pieno di  Dio, comunica la  Sua bellezza.

E  questa  bellezza,  a  differenza  di  quelle  caduche  e fugaci,  colpisce  in  profondità  i  sensi  perché  testimonia  e  annuncia  la  bellezza  eterna.  Bellezza  che Vincenzo    sapeva    scorgere    anche    nella    natura, nell’osservazione  del  cielo,  come  tipico  di  chiunque sappia  guardare  con  gli  occhi  di  Dio  tutto  ciò  che lo  circonda  per  scoprirvi  proprio  la  presenza  del Creatore. Anche  la  virtù  della  speranza  è  stata  luminosa  in Diliberto.   Pur   facendo   esperienza   del   peccato   e toccando   con   mano   l’estrema   fragilità   della   sua condizione  umana,  Vincenzo  ha narrato  con  la  propria  vita  che  mai  si  deve  disperare  del  perdono  divino e  sulla possibilità di  essere accolti, alla  fine dei tempi,  al  banchetto  celeste.  E  proprio  la  contemplazione  delle  realtà future  è  diventata  uno stimolo  efficace  nel  giovane  palermitano  per  leggere  con  le blenti  adatte  quanto  accadeva  nella  storia.  Non  perché  la  storia  umana  in  sé  avesse  poco  senso,  ma bnperché  era   la  vita   eterna  a   costituire  l’appropriato punto  di  osservazione  e  di  giudizio.  Il  guardare  al di  là  della  storia  umana,  il  guardare  ciò  che  ci  attende  —  l’amore  e  la  misericordia  infinita  del  Padre —  ha  spronato  il  giovane palermitano  a  vivere  già nell’ hic  et  nunc dei  rapporti  interpersonali  quanto percepito  di  Dio.

Parlare  di  speranza  nell’aldilà  ha  comportato  anche   la   relativizzazione   dell’importanza   dei   beni temporali.  Vincenzo  ha  vissuto  con  sobrietà  l’uso dei  beni  (che  non  gli  mancavano  vista  la  condizione  agiata  della  propria  famiglia)  a  volte  privandosi anche  del  necessario.  L’amore  per  Dio  ha  certamente  costituito  la  grande  molla  della  vita  di  Vincenzo.  Amare  Dio  per  sé  e  fare  tutto  per  lui  —  anche  mettere  in  atto  l’ingegnosa  idea  per  adorare l’eucaristia  dal  gabinetto  di  fisica  del  seminario  —  è stato  il  suo,  realizzato,  programma  di  vita,  dapprima  a Palermo  e, in  seguito,  a Sortino.  E questo  anche  se,  a  volte,  l’aridità  prendeva  il  sopravvento nella  sua  esperienza  di  Dio.

Riguardo   all’amore   verso   i   fratelli,   colpisce   il prendersi  cura  dei  propri  compagni  di  seminario  al punto   che   gli   stessi   superiori   gli   affidavano   gli alunni  più discoli  perché  egli,  con le  sue  parole e  il suo   esempio   di   vita,   li   “convertisse”.   Potremmo parlare,  considerati  i  suoi  pochi  anni  di  vita,  di esercizio  di  una  vera  e  propria  «fraternità  spirituale».  Mai  poi  lese  l’onore  dei  compagni  o  fu  occasione  di  scandalo  e  anzi  sempre  coprì  eventuali  errori  da  loro  commessi.

In  noviziato  inoltre,  attesa  la  sua  preparazione religiosa,  gli  fu  assegnata  la  cura  dottrinale  dei  connovizi,  come  già  aveva  fatto  con  i  propri  compagni in  seminario.  Un’attenzione  particolare  Diliberto  ha manifestato,  inoltre,  verso i  sofferenti  e  i malati.  Lo testimoniano  le  frequenti  visite  alla  cugina  gravemente   ammalata   Rosina,   la   compagnia   offerta all’anziano  e  cieco  chierico  Schimicci  e  l’aiuto  dato nalla  cameriera  della  cognata.  Vincenzo  ha amato  la  povertà  e, concretamente,  i poveri.  Oltre  ad  amare  e  condurre  una  vita  povera, Diliberto  ha  privilegiato  sempre  l’esercizio  pratico della  povertà,  elargendo  sempre  parte  del  cibo  ai camerieri  del  Seminario  arcivescovile  di  Palermo, facendo  spesso  l’elemosina  ai  bisognosi,  andando  a visitare,  confortare  e  pulire  i  tanti  poveri  assistiti dai  padri  bocconisti alla  Quinta  Casa,  e anche  assistendo,  novizio,  gli  indigenti  che  bussavano  alla porta  del  convento di  Sortino,  offrendo  loro il  cibo nnecessario.  Per  questa  ragione,  due  erano  i  fini  della  sua  temperanza  nell’assunzione  dei  cibi:  mortificarsi  e  lasciare  qualcosa  in  più  per  i  poveri.  Il  servizio   ai   poveri   poi   nasceva   dall’identificazioe   di questi  con  Gesù  e  anche  dalla  sua  riflessione,  testimoniata  da  padre  Gambino,  sull’uguaglianza  per Dio  tra  ricchi  e  poveri,  perché  tutti  suoi  figli,  e  sul furto  commesso  dai  ricchi,  quando  non  si  prendono cura  di  coloro  che  vivono  nell’indigenza.  Ruberia ritenuta  da  Vincenzo  come  la  vera  causa  delle  sofferenze  dei  poveri.

Come  egli  stesso  ebbe  modo di  scrivere  al  padre, da  Sortino,  l’essere  povero  per  Gesù  Cristo  rappresenta  il  tesoro  per  eccellenza  perché  si  diventa  possessori  dell’unica ricchezza eterna:  il Regno dei cieli.  E  proprio  la  povertà  fu  la  motivazione  della  scelta  dell’Ordine  che  più  degli  altri  viveva  una  vita  di povertà.  Da  qui  la  letizia  provata  in  noviziato  indossando  il  saio  cappuccino  e stando  a  piedi  scalzi.

Gioia   che   manifestava   —   egli   che   proveniva   da bun’agiata  famiglia  borghese  —  anche  a  padre  Eugenio  da  Sortino,  che  provava  con  delle  precise  interrogazioni  il  suo  amore  per  la  povertà.

Un’altra  caratteristica  di  Vincenzo  è  stata  la  fortezza,  che  gli  ha  permesso  di  abbattere  gli  ostacoli e  la  ritrosia  degli  adulti  — il  padre  e  il  direttore  spirituale  —  perché  non  procrastinassero  ulteriormente il  consenso  alla  sua  scelta  vocazionale.  Tale  fortezza ha  costituito  certamente  uno  dei  tratti  precipui  della  personalità  di  Diliberto,  specialmente  per  tutto ciò  che  riguardava  Dio,  al  punto  da  minacciare  il padre  di  andar  via  da  casa  senza  la  sua  benedizione (ricordiamo   come   nell’Ottocento   era   impensabile per  un  figlio  non  ricevere  la  benedizione  paterna sulla  scelta  da  operare)  se  egli  non  avesse  concesso la  sospirata  autorizzazione  per  entrare  nell’ordine dei  Frati  minori  cappuccini.  Diliberto  ha  amato  teneramente  il  padre  parlandone  sempre  come  di  un uomo  religioso,  ma  nel  momento  in  cui,  seppur  involontariamente,  avrebbe  potuto  contrastare  la  sua vocazione,  allora  fortezza  esige  che  al  primo  posto si  sostituisca  con  l’amore  verso  Dio.  Anche  se  questo  dovesse  far  soffrire  le  persone  care. La  fortezza  di  Vincenzo  si  è  manifestata  quindi nel  superare  i  tanti  ostacoli  incontrati  nel  cammino vocazionale.  Il giovane  non si  è arreso.  Ha aspettato,  a  volte  piangendo,  che  i  tempi  fossero  maturi. Ha  accettato  le  prove  e  le  incomprensioni,  specie dei  familiari.  Non  ha  mai  smesso  però  di  coltivare nel  proprio  cuore  quanto  avvertito  interiormente.

Pur  nella  brevità  dell’esistenza,  Vincenzo  ha  vissuto  pienamente  il  dinamismo  dell’esperienza  secondo  lo  Spirito,  che  lo  ha  portato  alla  meta  desiderata:  la  scelta  della  vita  religiosa.  Tale  scelta  costituisce, pertanto, il felice  approdo di un cammino iniziato  presso  il  Collegio  San  Rocco,  proseguito nei  tre  anni  vissuti  nel  Seminario  arcivescovile  di nPalermo  e  nell’esperienza  solitaria  a  Baida.  In  Diliberto  abbiamo,  così,  l’evidente  manifestazione  di come  la  vita  spirituale  sia  un  progressivo  itinerario e  che  ogni  tappa  percorsa  rappresenti  un  momento essenziale.  Tale  tappa,  anche  la  più  straordinaria, non  va  mai  assolutizzata  ma  deve  essere  sempre  inserita  nel  percorso  globale  della  vita  vissuta  da  un credente  in  Cristo,  sotto  la  guida  dello  Spirito.

Autore: Mario Torcivia
Fonte: L’OSSERVATORE ROMANO (del Venerdì 25 settembre 2020, p. 7)

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