ALLA SCOPERTA DI FRA GIUSEPPE N.20

Novizio Cappuccino

Nelle prime ore del mattino del 28 gennaio 1885 Vincenzo, accompagnato dal fratello Silvestro, partì col treno verso Sortino. Dopo due giorni di  viaggio, arrivarono presso il convento di Sortino dove furono accolti dal Ministro Provinciale P. Eugenio Scamporlino. Così Vincenzo descrive quei primissimi momenti in una lettera al padre, del 3 febbraio 1885:

Il giorno 29, dopo felicissimo viaggio, io e Vevè -il fratello Silvestro – giungemmo a Sortino; ed andammo subito al convento dei Cappuccini. Ivi fummo accolti benignamente dal Rev.mo Padre Eugenio, che è il provinciale di questa provincia, il quale volle che Vevè pernottasse in convento. L’indomani Vevè verso le sei ripartì per Palermo, ed io rimasi in convento e cominciai ad accomunarmi alla vita che fanno gli altri novizi. Il convento è posto in un luogo elevato e dalle finestre delle celle si vedono tutte le campagne vicine e perfino si vede Siracusa, malgrado che sia molte miglia distante. Il convento è grande, ed ha un grande orto dove siamo soliti di andare spesso per passeggiare. Io ancora non ho indossato l’abito Cappuccino perché si aspetta il decreto di vestizione che dovrà mandare il Rev. mo Padre Generale. Io qui ci sto contentissimo, fo con piacere gli atti di pietà che fanno glí altri miei compagni, mangio con piacere ciò che passa il convento, insomma mi trovo proprio nel mio centro, né ho nulla a desiderare[1].

L’11 Febbraio scrisse al  Canonico Pennino, suo confessore:

In questo convento regna in tutto quell’angelica povertà che fu la diletta sposa del Serafico d’Assisi. Può quindi immaginare com’io ci stia contentissimo, poichè mi trovo nel mio centro, nulla restandomi a desiderare; solo mi affligge il vedere che amo poco il mio buon Gesù, e la mamma mia Maria; però spero che con la grazia di Dio questo amore andrà sempre più crescendo”[2].

Giunto il decreto del Ministro Generale, sabato 14 Febbraio 1885 venne celebrato il rito della vestizione, al termine del quale “il Padre Maestro, volgendosi dall’altare verso di lui, gli disse: Figlio mio, fino ad oggi vi siete chiamato Vincenzino Diliberto, ma da ora in poi il vostro nome sarà Fr. Giuseppe Maria da Palermo. Andate, e Dio sia il vostro tutto![3].

Così egli stesso descrive quei momenti al padre, in una lettera del 18 Febbraio 1885:

Sabato scorso ho indossato l’abito cappuccino e sono entrato in noviziato. Oh! quanta gioia non provai io allorquando indossai quella ruvida tunica, i sandali ed il cordone; sì, più grande al certo di quanta ne provano gli uomini quando indossano i loro abiti più eleganti; poichè vestendo io il mio corpo di una povera tunica, vesto l’ anima mia di un abito elegantissimo, qual si è appunto quello della virtù della povertà; gli uomini di lusso invece vestendo il corpo di un abito elegante, vestono l’anima loro di un abito cattivo, qual si è appunto quello del vizio della vanità. Allorquando considero la mia povertà mi sento consolare grandemente perchè penso che, se son povero, lo sono per Gesù Cristo; e chi è povero per Gesù Cristo non è povero […] bensì ricco, anzi sommamente ricco, perchè possiede la somma ricchezza che consiste nel regno dei cieli; e ciò non lo dico io, ma è Gesù Cristo che l’ha detto: Beati pauperes spiritu, quonianz ipsorum est regnum caelorurn: beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Ah! padre mio! che inesplicabili gioie, che sovrumane dolcezze non si provano amando Dio; gioie e dolcezze che possono bensì provarsi, ma non mai descriversi![4].

Il padre partecipava alla gioia del figlio, pur avendo sempre nel cuore la paura che quello stile di vita così austero potesse nuocergli alla già cagionevole salute.

Un giorno, dopo circa un mese  dall’ingresso di Vincenzo al noviziato, l’ing. Diliberto, trovandosi per motivi di lavoro a Siracusa, volle   recarsi a Sortino per incontrarlo.  Grande fu la sorpresa quando vide che Vincenzo non solo non era dimagrito, ma era anche più colorito e raggiante in viso, mostrando una gioia celestiale.  Andò via con il cuore lieto e  con la consapevolezza che ciò che si stava realizzando per il figlio era la volontà di Dio e  lui, dando il suo assenzo, aveva in qualche  modo contribuito alla sua realizzazione.

Nei mesi che Fra Giuseppe trascorse nel Noviziato di Sortino fu un modello di perfezione cristiana ed un esempio per tutti,  ma di questo tratteremo nel prossimo numero.

__________________
[1] Torregrossa I. Vincenzo Diliberto (Fra Giuseppe Maria da Palermo), Palermo, Tipografia Pontificia 1921, pag. 73.
[2] Ferrigno G. – Cascavilla M. Vita di Vincenzo Diliberto novizio cappuccino. Palermo, Tipografia commerc. Sussurs. F.lli Vena, 1889, pag. 180.
[3] Cultrera S. Da monello a Santo. Bari: Edizioni Paoline, 1959, pag. 123.
[4] Ferrigno G. – Cascavilla M. Vita di Vincenzo Diliberto, pag. 181.

<<< Val al N. 19  Vai al N. 21 >>>

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail