ALLA SCOPERTA DI FRA GIUSEPPE N.18

Una grande vittoria

Il Servo di Dio trascorse i mesi in cui si protrasse il lungo “braccio di ferro” con il padre, per ottenere il permesso di abbracciare la vita cappuccina, dapprima presso lo zio Barrile e poi dal fratello Silvestro, essendo ormai da tempo buona parte della famiglia trasferitasi a Roma, dove il padre lavorava.

Lo stile di vita condotto da Vincenzo, in questo periodo, viene così descritto dal biografo Cultrera:

Suo zio Vincenzo Barrile, presso il quale allora abitava, rimaneva ammiratissimo ed edificato della sua condotta. Lo vedeva uscire tutte le mattine alle ore cinque per portarsi nella chiesa delle Cappuccinelle, dove ascoltava varie Messe, partecipava alla mensa eucaristica e faceva lunga orazione. Quindi durante la giornata si recava nelle chiese dove c’era l’esposizione del SS. Sacramento […]si riduceva a casa sulle ore del desinare. La sera adunava intorno a sé tutta la famiglia e con modi attraenti recitava con essa il rosario […] Sovente li tratteneva in discorsi spirituali, che venivano seguiti con interesse, e narrava fatti edificanti, da attirare l’attenzione di tutti.

Una volta quando Vincenzino s’era ritirato nella sua stanza, lo zio ebbe bisogno di dirgli qualche cosa; ma quale fu la sua sorpresa, aprendo l’uscio, nel trovarlo innanzi al Crocifisso, tutto assorto nella preghiera da sembrare un serafino; e talmente stava inabbissato nella contemplazione, che non s’avvide di niente.

Questa famiglia gli pose tanto affetto, da riputarlo un santo. Difatti, allorchè l’ingegnere Diliberto scrisse al Barrile per ringraziarlo di quella ospitalità, gli rispose nei seguenti termini: «Io non so cosa farei di questo serafino di vostro figlio in casa mia. Eh! caro ingegnere, ringraziate il sommo Iddio e la Madre sua Maria santissima d’avervelo dato. E’ una gioia di figlio, tutto di Dio. Apprezza il mondo per quel che vale. Non parla che di Dio, di Maria, di paradiso. Ringraziatene, vi ripeto, il Signore e siate contentissimo d’avere un angelo che prega per voi»[1].

Del periodo in cui il giovane risiedette presso  il fratello Silvestro si ricordano le visite che Vincenzo faceva alla cugina Rosalia, gravemente ammalata, la quale morì alcuni mesi dopo l’ingresso del Servo di Dio presso il noviziato dei cappuccini di Sortino.  La sorella della defunta, Provvidenza, così ricorda quegli incontri:

So che durante la malattia della mia cara sorella si tratteneva con lei lungamente. Ignoro i loro discorsi, so però che riguardavano l’eternità alla quale quell’anima si avvicinava. Ho attinte poi le seguenti notizie dalla Signora Rosina Coussol, amica […] della buona mia sorella. Questa nei principi della sua malattia, sentiva fortemente il distacco dai suoi cari figli e dall’ottimo sposo […] Dippiù ebbe a soffrire l’allontanamento del suo padre spirituale […] Di questo ella era molto afflitta; il morire le pesava assai, soffriva terribilmente. «Un giorno venne a visitarla il nostro Vincenzino; ebbero un lungo colloquio che nessuno udì, dopo il quale la buona mia sorella disse alla Coussol ch’era la sua confidente: Rósina, dirai al Padre che il mio spirito si è quietato; ho avuto da Dio la calma, sono contenta di fare la sua santissima volontà; ho parlato con Vincenzino, son pronta a morire[2].

L’ing. Diliberto nel frattempo, ricevuta l’ultima lettera del figlio, pensò di recarsi dal Generale dei Domenicani, suo amico, per chiedere consiglio. Questi lo indirizzo dal Generale dei Cappuccini, il quale, non conoscendo il giovane,  non riuscì a dargli indicazioni, invitando il padre a prendere liberamente la sua decisione in conformità a quello che Dio gli avrebbe ispirato. Così il Sig. Nicolò descrive quei momenti:

Privo com’era di un esplicito consiglio, […] il mio cuore rimase nella perplessità. Mi raccomandai a Dio e a Maria; fui ispirato di aderire. Il 1° Gennaio 1885 gli scrissi autorizzandolo a recarsi in Sortino; scrissi pure a mio fratello per provvederlo dell’occorrente[3].

Pieno di gioia e col cuore colmo di gratitudine, Vincenzo indirizzo al padre una lettera per ringraziarlo:

Non posso esprimerle quanto cara mi giunse la sua lettera […] io ero fuori di me per la gioia  in pensare che dopo tanti contrasti ho, al fine, ricevuta da lei il sospirato permesso di farmi Cappuccino. Sia sempre lodato e benedetto Iddio che, per mezzo di lei, mi ha dato una sì grande consolazione. Io ringrazio ancora lei, o padre mio, per il grande benefizio che mi ha fatto; ma come potrò io mai, miserabile peccatore qual sono, come potrò io mai contraccambiare un tanto benefizio da lei ricevuto? Io credo che non altrimenti potrò contraccambiarlo che col pregare Iddio per lei, o padre mio. E d’altra parte Iddio, che ha scritto nel libro della vita il benefizio che lei ha fatto a me, un giorno saprà ricompensarla secondo la sua grande liberalità”[4].

A quel punto Vincenzo non pensò che a predisporre tutto per la partenza e a congedarsi da parenti ed amici, ma di questo tratteremo nel prossimo numero.

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[1] Cultrera S. Da monello a Santo. Bari: Edizioni Paoline, 1959, pagg. 114-116.
[2] Ferrigno G. – Cascavilla M. Vita di Vincenzo Diliberto novizio cappuccino. Palermo, Tipografia commerc. Sussurs. F.lli Vena, 1889, pag. 174.
[3] Ivi, pagg. 168 – 169.
[4] Ivi, pag. 169.

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